Era responsabile lui del suo disagio attuale, pensò. Era stato lui a convincerla a pensare che era in grado di reggersi sulle sue gambe. E questo dove l'aveva portata? Dove aveva portato tutti e due? In quella stanzetta rovente, in un pomeriggio di metà luglio con la crudeltà pura pronta a scagliarsi su di loro.

Quello che provava per lui non era amore. Quello era un sentimento troppo grande da provare. Al massimo si trattava di una infatuazione, mescolata con quel sentimento di perdita imminente che provava sempre quando era vicino a qualcuno, come se in ogni momento lei stesse internamente piangendo l'attimo in cui la persona non ci sarebbe stata più.

Di sotto, si udì la porta sbattere quando lui uscì sulla strada. Si distese sul letto ripensando alla prima volta che avevano fatto l'amore. Come anche durante quell'atto estremamente intimo l'Europeo l'avesse dominata. Il pensiero di Mamoulian fu come una palla di neve su una montagna ripida. Scendeva rotolando, acquistando velocità e potenza, fino a quando diventava qualcosa di mostruoso. Una valanga, una valanga enorme.

Per un attimo dubitò di stare soltanto ricordando: la sensazione era così chiara, così reale. Poi non ebbe più dubbi.

Si alzò in piedi facendo scricchiolare le molle del letto. Non erano solo ricordi.

Lui era lì.

 

58

 

« Flynn? »

« Pronto! » La voce dall'altra parte del filo era rauca e assonnata. « Chi parla? »

« Sono Marty. Ti ho svegliato? »

« Cosa diavolo vuoi? »

« Ho bisogno di aiuto. »

Ci fu un lungo silenzio dall'altra parte del telefono.

« Sei ancora lì? »

« Sì, sì. »

« Ho bisogno di eroina. »

La raucedine scomparve dalla voce, sostituita dall'incredulità.

« Ti sei dato all'eroina? »

« Mi serve per un'amica. » Marty immaginava il sorriso apparso sulla faccia di Flynn. « Puoi procurarmi qualcosa? In fretta. »

« Quanta? »

« Ho cento sterline. »

« Non è impossibile. »

« In fretta? »

« Sì, se vuoi. Che ore sono adesso? » L'idea di un po' di denaro guadagnato senza fatica e di una bella puntata ai cavalli aveva rimesso in movimento il cervello di Flynn che era pronto a mettersi in moto. « Una e un quarto? Okay? » Fece una pausa per fare il conto.. « Passa di qui fra tre quarti d'ora. »

Molto efficiente a meno che, come sospettava Marty, Flynn fosse così introdotto nel mercato da avere facile accesso alla roba: a esempio prendendola dalla tasca della giacca.

« Naturalmente non posso garantirti niente », disse l'altro, giusto per non allentare troppo la disperazione di Marty. « Ma farò del mio meglio. Non posso fare niente di più. »

« Grazie », rispose Marty. « Lo apprezzo molto. »

« Portami i soldi, Marty. È l'unico apprezzamento di cui ho bisogno. »

Cadde la linea. Flynn aveva l'abilità di riuscìre sempre a dire l'ultima parola. « Bastardo », sibilò Marty al ricevitore, sbattendo giù la cornetta. Stava leggermente tremando, aveva i nervi logorati. Si infilò in una tabaccheria, prese un pacchetto di sigarette e ritornò alla macchina. Era ora di pranzo, il traffico nel centro di Londra sarebbe stato sicuramente molto intenso e ci avrebbe messo giusto quarantacinque minuti ad arrivare al vecchio rifugio. Non aveva tempo per tornare a prendere Carys. Oltretutto, era convinto che lei non sarebbe stata molto contenta se avesse ritardato a consegnarle la roba. Aveva bisogno di quella roba più di quanto avesse bisogno di lui.

 

L'Europeo apparve così all'improvviso che Carys non riuscì a tenere a bada la sua presenza insinuante. Ma nonostante si sentisse debole doveva lottare. E c'era qualcosa in quell'assalto che lo rendeva diverso dagli altri. Era una sua sensazione o lui si era mostrato più disperato negli approcci, questa volta? Sentiva un dolore fisico al collo, sotto la nuca, dove lui era entrato. Se lo strofinò con una mano sudaticcia.

Ti ho trovata, le disse nella testa.

Lei si guardò attorno nella stanza, alla ricerca di un modo per mandarlo via.

È inutile, le disse.

« Lasciaci in pace. »

Mi hai trattato male, Carys. Dovrei punirti, ma non lo farò: no, se mi darai tuo padre. È forse troppo quello che ti sto chiedendo? Ho diritto a lui. Lo sai anche tu nel più profondo del cuore. Lui mi appartiene.

Sapeva bene di non potersi fidare di quel tono adulatore. Se lei avesse trovato Papà, cosa avrebbe fatto lui? L'avrebbe lasciata libera di vivere la sua vita? No di certo; avrebbe preso anche lei, come aveva fatto con Evangeline e Toy e lui solo sapeva con chissà quanti altri: l'avrebbe portata a quell'albero, a quel Nulla.

I suoi occhi si posarono sul fornello elettrico che stava in un angolo della stanza. Si alzò con le gambe tremanti e camminò barcollando fino a quello. Se l'Europeo aveva fiutato le sue intenzioni, tanto meglio. Era debole, Carys lo avvertiva. Stanco e triste; con un occhio al cielo per guardare gli aquiloni e la concentrazione vacillante. Eppure la sua presenza era ancora talmente dolorosa da rendere confusi tutti i suoi processi mentali. Una volta raggiunto il fornello , non riuscì a ricordare perché si trovasse lì. Con uno sforzo violento si concentrò: rifiutarsi! Ecco la risposta. Il fornello significava il rifiuto! Si avvicino e apri due fuochi elettrici.

No, Carys, le disse. Questo non è saggio.

Nella mente le apparve il suo viso. Era grande e nascose l'immagine della camera attorno a lei. Scosse la testa per liberarsi di lui, ma non sembrava avere intenzione di andarsene. Oltre al viso ebbe anche un'altra illusione. Sentì delle braccia attorno al corpo: non uno strangolamento, ma un abbraccio più affettuoso. Quelle braccia la stavano cullando.

« lo non ti appartengo », affermò, lottando contro il desiderio di lasciarsi andare a quell'abbraccio. Sentiva nella testa il suono di una canzoncina: il ritmo era quello soporifero delle ninne-nanne. Le parole non erano in inglese ma in russo. Era proprio una ninna-nanna: era facile intuirlo anche senza capire le parole; mentre la ascoltava sembrò che tutte le sofferenze che aveva avvertito fino a quel momento scomparissero. Era di nuovo una bambina da ninnare: nelle sue braccia. La stava cullando con quella nenia per farla dormire.

Mentre il sonno si avvicinava, vide una chiazza luminosa. Anche se non riusciva a coglierne il significato, si ricordava che era stato qualcosa di importante, quella spirale arancione che risplendeva poco lontano da lei. Ma che significato aveva? Il problema la angustiava, e tenne lontano il sonno che tanto desiderava. Quindi, aprì gli occhi quel tanto che bastava per distinguere meglio quella sagoma e risolvere l'interrogativo.

Mise a fuoco l'immagine del fornello di fronte a lei, con i due fuochi scintillanti. L'aria sovrastante luccicava. Ora si ricordava e quel ricordo cancellò la sonnolenza. Allungò un braccio verso il calore.

Non farlo, l'avvisò la voce nella sua testa. Ti farai solo del male.

Ma sapeva quello che stava facendo. Dormire nelle sue braccia era sicuramente più pericoloso di tutto quello che le sarebbe potuto capitare di lì a qualche minuto. Il caldo era piuttosto fastidioso anche se la pelle era ancora a parecchi centimetri dalla fonte di calore: per un attimo disperato la sua forza di volontà sembrò venir meno.

Rimarrai sfregiata per la vita, disse l'Europeo giocando sull'equivoco.

« Lasciami in pace! »

È solo che non voglio che tu ti faccia del male, piccola. Ti voglio troppo bene.

Quella menzogna servì come incentivo. Riuscì a trovare un briciolo vitale di coraggio, alzò la mano e l'appoggiò, con il palmo rivolto verso il basso, sul fornello elettrico.

Fu l'Europeo a urlare per primo; udì la sua voce che iniziava a gridare giusto un attimo prima che lei stessa iniziasse a farlo. Tirò via la mano dal fornello non appena iniziò a sentire odore di bruciato. Mamoulian si ritirò da lei, avvertì che se ne stava andando. Un'ondata di sollievo la investì. Poi il dolore ebbe il sopravvento, e velocemente scese il buio. Ma lei non aveva paura. Quell'oscurità la faceva sentire al sicuro. Lui non c'era più.

Se n'è andato, disse, e cadde svenuta.

Quando rinvenne, meno di cinque minuti più tardi, la sua prima impressione fu quella di avere in mano una manciata di rasoi.

Si trascinò lentamente fino al letto e vì appoggiò la testa fino a quando riprese completamente conoscenza. Quando trovò il coraggio sufficiente, guardò il palmo della mano. Il disegno rotondo del fornello era impresso in modo visibile, come un tatuaggio a spirale. Si alzò e andò verso il lavandino per far correre dell'acqua fredda sulla ferita. Quell'operazione calmò in qualche modo il dolore: l'ustione non era così grave come aveva pensato in un primo momento. Probabilmente il palmo era rimasto a diretto contatto con il fuoco solo per un secondo o due, anche se a lei era parso un secolo. Fasciò la mano con una maglietta di Marty. Poi si ricordò di aver letto da qualche parte che era meglio lasciare le ustioni all'aria, e tolse la fasciatura. Sfinita, si distese sul letto in attesa di Marty che le avrebbe portato un pezzetto di Paradiso.

 

59

 

I ragazzi del Reverendo Bliss rimasero nella stanza sul retro della casa in Caliban Street, persi in uno stato letargico, per più di un'ora. Durante tutto quel tempo, Mamoulian era andato a cercare Carys, l'aveva trovata ed era stato cacciato. Ma aveva scoperto dove si trovava, e, cosa ancora più importante, aveva capito in un lampo che Strauss l'uomo che aveva così stupidamente ignorato al santuario -era andato a prendere dell'eroina per la ragazza. Era giunta l'ora, pensò, di smetterla di essere così pietoso.

Si sentiva come un cane picchiato: non voleva far altro che distendersi e morire. In quel momento gli sembrava - soprattutto dopo l'abile rifiuto della ragazza -che ogni singola ora della sua lunga, lunghissima vita si ripercuotesse in tutto il suo corpo. Si guardò la mano che gli faceva ancora male per l'ustione ricevuta attraverso Carys. Forse la ragazza avrebbe capito che, dopo tutto, era inevitabile. Il finale che stava per incominciare era molto più importante della sua vita, o di quella di Strauss o di Breer, e anche della vita di quei due stupidi ragazzi di Memphis che aveva lasciato mentre ancora sognavano due piani più sotto.

Scese fino al primo pianerottolo ed entrò nella stanza di Breer. Il Mangialamette era disteso sul materasso nell'angolo della stanza, con il collo penzoloni, lo stomaco trafitto e lo sguardo fisso come un pesce impazzito. Ai piedi del materasso e molto vicino a causa della scarsa vista di Breer, c'era il televisore che farfugliava le solite sciocchezze.

« Presto ce ne andremo », l'avvertì Mamoulian.

« L'hai trovata? »

« Sì, l'ho trovata. In un posto chiamato Bright Street. La casa... » gli sembrò che quell'idea fosse divertente, « è verniciata di giallo. Al secondo piano, credo. »

« Bright Street », ripeté Breer con voce sognante. « Allora dobbiamo andare a prenderla? »

« No, non noi. »

Breer si girò un poco verso l'Europeo: cercava di sostenere il collo rotto con una stecca di fortuna, ma questo rendeva più difficile i movimenti. « Voglio vederla », disse.

« Prima di tutto non avresti dovuto fartela scappare. »

« È venuto lui; quello che c'era in casa. Te l'ho detto. »

« Oh, certo », ammise Mamoulian. « Ho già qualche idea per Strauss.»

« Devo trovarlo? » chiese Breer. Le vecchie immagini dell'esecuzione gli vennero alla mente, come appena lette in un libro di atrocità. Una o due di loro erano particolarmente vive, come se stessero per verificarsi davvero.

« Non ce n'è bisogno », rispose l'Europeo. « Ho due accoliti molto desiderosi di fare questo lavoro per me. »

Breer mise il broncio. « E allora io che cosa faccio? »

« Puoi preparare la casa per la nostra partenza. Voglio che tu bruci le poche cose che possediamo. Voglio che tutto sia sistemato come se noi due non fossimo mai esistiti. »

« La fine è vicina, non è così? »

« Ora che so dov'è finita, sì. »

« Potrebbe scappare. »

« È troppo debole. Non avrà la forza di muoversi fino a quando Strauss non le avrà portato la roba. Ed è certo che lui non ce la farà mai. »

« Hai intenzione di farlo uccidere? »

« Sì, lui e tutti quelli che si metteranno sulla mia strada da ora in poi. Non ho la forza sufficiente per provare compassione. È un errore che ho commesso spesso: lasciare scappare un innocente. Hai ricevuto le tue istruzioni, Anthony. Occupati di quello. »

Abbandonò la stanza fetida e scese dabbasso dai suoi nuovi agenti. Gli americani si alzarono in piedi in segno di rispetto quando entrò.

« Siete pronti? » chiese.

Il ragazzo biondo, che si era mostrato il più facile da circuire, iniziò di nuovo a ringraziarlo per l'eternità, ma Mamoulian lo fece star zitto. Impartì loro altri ordini, ed essi li accettarono come se stesse distribuendo loro caramelle.

« In cucina ci sono parecchi coltelli », disse. « Prendeteli e fatene buon uso. »

Chad sorrise. « Vuole che uccidiamo anche la moglie? »

« Il Diluvio non ha tempo di scegliere. »

« E se lei non avesse commesso nessun peccato? » chiese Tom, senza sapere esattamente come gli fosse venuta in mente una simile sciocchezza.

« Certo che ha peccato », rispose l'uomo con gli occhi luccicanti, e questo fu sufficiente per i ragazzi del Reverendo Bliss.

 

Di sopra, Breer si sollevò a fatica dal materasso e andò barcollando in bagno per guardarsi nello specchio rotto. Dalle ferite non usciva più liquido da parecchio tempo, ma aveva comunque un'aria orribile.

« Fatti la barba », disse a se stesso. « E profumati bene con il legno di sandalo. »

Temeva che le cose stessero andando troppo in fretta e che, se non fosse stato più che attento, Mamoulian l'avrebbe lasciato fuori del gioco. Era ora che agisse per conto suo. Avrebbe trovato una camicia pulita, una cravatta e una giacca e poi sarebbe uscito per i suoi scopi. Se la fine era davvero così vicina, tale da rendere necessaria la distruzione di ogni prova, doveva sbrigarsi. Era meglio terminare la sua storia con la ragazza prima che anche lei finisse dove finiva la carne.

 

60

 

Ci vollero ben più di tre quarti d'ora per attraversare Londra. Era in corso una grande marcia antinucleare; parecchi dei cortei si erano radunati al centro della città, per poi dirigersi compatti verso Hyde Park. Il centro della città, già normalmente difficile da attraversare, era bloccato da dimostranti e da macchine ferme, rendendo impossibile il passaggio. Marty si rese conto di tutto quello solo quando ci si trovò in mezzo, rendendo così impossibile un'eventuale svolta o inversione di marcia. Maledì la sua mancanza di attenzione: sicuramente, lungo le strade ci dovevano essere stati cartelli di avvertimento della polizia per avvisare gli automobilisti del ritardo e dell'ingorgo. Ma lui non aveva visto niente.

Comunque non c'era niente da fare, tranne forse abbandonare la macchina e continuare a piedi o in metropolitana. Nessuna delle due alternative gli piaceva troppo. La metropolitana sarebbe stata piena di gente, e camminare in una giornata così calda non era certo piacevole e l'avrebbe debilitato. Aveva bisogno delle ultime riserve di energia che ancora possedeva. Stava vivendo di adrenalina e di sigarette, e questo già da un bel po' di tempo. Si sentiva debole. Sperava solo vana speranza - che l'opposizione fosse ancora più debole.

Riuscì a raggiungere l'abitazione di Chairmaine solo a metà pomeriggio. Girò con la macchina attorno all'isolato, cercando un posteggio, e alla fine trovò un posto dietro l'angolo della casa. I piedi erano restii a muoversi; l'umiliazione che lo aspettava non era certo una cosa piacevole. Ma Carys lo stava aspettando.

La porta d'ingresso era appena socchiusa. Suonò comunque il campanello e aspettò sul marciapiede: non se la sentiva di entrare spudoratamente in casa. Forse erano di sopra, a letto, oppure stavano facendo una doccia fredda insieme. Il caldo era ancora terribile, anche se era già pomeriggio inoltrato.

In fondo alla strada apparve e si fermò un camioncino dei gelati in attesa di avventori, suonando una stonata versione del Danubio Blu. Marty lanciò un'occhiata in quella direzione. Il walzer aveva richiamato solo due acquirenti che attirarono la sua attenzione per un attimo: due giovanotti vestiti sobriamente che gli voltavano le spalle. Uno dei due aveva capelli giallo lucente che scintillavano sotto il sole. Stavano prendendo i loro gelati, dando in cambio del denaro. Soddisfatti, scomparvero dietro l'angolo, senza nemmeno voltarsi.

Senza più speranza di ricevere risposta al suono del campanello, Marty aprì la porta che scricchiolò conto la stuoia consunta di cocco con la scritta BENVENUTO! Un foglietto, infilato malamente nella cassetta delle lettere, cadde all'interno, con la parte stampata verso il basso. La mo a e a cassetta ritornò immediatamente al suo posto.

« Flynn? Chairmaine? »

La sua voce suonò come un'intrusione; salì su per le scale dove granelli di pulviscolo si rincorrevano nel fascio di luce che penetrava dalla finestra del pianerottolo; poi corse in cucina dove il latte del giorno prima si stava coagulando vicino al lavandino.

« Non c'è nessuno? »

In piedi nel corridoio, udì il ronzio di una mosca. Gli girò attorno alla testa e lui la scacciò. Indifferente, ronzò via, verso la cucina, attratta da qualcosa. Marty la seguì, chiamando il nome di Chairmaine.

Lo stava aspettando in cucina, insieme a Flynn. Entrambi avevano la gola tagliata. Chairmaine si era lasciata cadere vicino alla lavatrice. Era seduta, con una gamba piegata sotto l'altra, e fissava il muro davanti a lei. Flynn era stato messo con la testa sopra il lavandino, come se si fosse piegato per bagnarsi la faccia. L'illusione di vita era sorprendente: sembrava di sentire il rumore dell'acqua.

Marty rimase sulla porta mentre la mosca, meno schifiltosa di lui, volò in cucina, estasiata. Marty continuava a fissare la scena. Non c'era niente da fare: si poteva solo guardare. Erano morti. E Marty comprese senza sforzo che gli assassini erano vestiti sobriamente in grigio e che se n'erano andati senza girarsi, con i gelati in mano e accompagnati dalla musica del Danubio Blu. In galera lo avevano soprannominato Marty il Ballerino perché Strauss era il Re del Walzer. Lo aveva mai detto a Chairmaine, in una delle sue lettere? No, probabilmente non glielo aveva mai detto: e ora era troppo tardi. Gli occhi iniziavano a pungergli per le lacrime. Cercò di reprimerle. Gli avrebbero impedito di guardare e lui non aveva ancora finito di osservare.

La mosca che lo aveva condotto lì aveva ripreso a girargli attorno alla testa.

« L'Europeo », mormorò Marty. « Li ha mandati lui. »

La mosca svolazzò a zig-zag, eccitata. « Certo », ronzò.

« Lo ucciderò. »

La mosca rise. « Non hai idea di chi sia. Potrebbe essere il Diavolo in persona. »

« Mosca fottuta. Che cosa sai? »

« Non fare troppo il gradasso con me », rispose la mosca. « Sei un pezzo di merda ambulante, esattamente come me. »

Vide girovagare la mosca, alla ricerca di un posto dove appoggiare le sue sporche zampe. Alla fine si appoggiò sul viso di Chairmaine. Era atroce il fatto che lei non alzasse una mano pigra per scacciarla: era terribile vederla lì sdraiata, con una gamba piegata e il collo squarciato, senza far niente contro quella mosca che le si arrampicava. Sulla guancia, sull'occhio, poi giù sulla narice, incurante di tutto.

La mosca aveva ragione. Era ignorante. Se voleva sopravvivere, doveva rovistare nella vita segreta di Mamoulian, perché quella conoscenza voleva dire potere. Carys era sempre stata saggia. Non era possibile chiudere gli occhi e voltare le spalle all'Europeo. L'unico modo per liberarsi di lui era conoscerlo: guardarlo con tutto il coraggio possibile e vederlo in ogni particolare agghiacciante.

Lasciò i due amanti in cucina e andò a cercare l'eroina. Non dovette cercare molto lontano. Il pacchetto era nella tasca interna della giacca di Flynn, gettata con noncuranza sopra il divano nell'ingresso. Afferrando la roba, Marty si diresse verso la porta, consapevole del fatto che uscire da quella casa in quel modo equivaleva a essere accusato di omicidio. Sarebbe stato visto e riconosciuto: la polizia l'avrebbe preso nel giro di poche ore. Ma non c'era niente da fare: scappare dal retro sarebbe parso ancora più sospetto.

Giunto alla porta prese il foglietto caduto dalla cassetta delle lettere. Vide la faccia sorridente di un evangelista, un certo Reverendo Bliss, che se ne stava in piedi con un microfono in mano e gli occhi rivolti al Paradiso. UNISCITI ALLA FOLLA! proclamava l'insegna. E SENTI IL POTERE DI DIO ALL'OPERA! ASCOLTA LA PAROLA! SENTI GLI SPIRITI! Mise in tasca il foglietto per consultarlo in un altro momento.

Sulla strada verso Kilburn, si fermò in una cabina telefonica e comunicò il doppio omicidio. Quando gli chiesero chi fosse, diede le sue vere generalità, ammettendo di essere anche pronto a testimoniare. Quando gli chiesero di presentarsi al più vicino posto di polizia, rispose che l'avrebbe fatto, ma che prima doveva concludere alcune faccende private.

Guidando in direzione di Kilburn, nelle strade sporche dai resti lasciati dai dimostranti, si sforzò di pensare a dove potesse trovarsi Whitehead. Ovunque fosse il vecchio, prima o poi sarebbe giunto anche Mamoulian. Poteva cercare di convincere Carys a ritrovare suo padre, certo. Ma doveva chiederle un'altra cosa, qualcosa che forse non avrebbe ottenuto con una semplice, gentile forma di persuasione. Avrebbe dovuto trovare il vecchio contando solo sulla sua ingenuità.

Fu solo durante il viaggio di ritorno, vedendo un'indicazione per Holborn, che si ricordò del signor Halifax e delle fragole.

 

61

 

Marty sentì l'odore di Carys non appena aprì la porta, ma per qualche istante lo scambiò per arrosto di maiale bruciacchiato. Fu solo quando raggiunse il letto che si rese conto dell'ustione sul palmo della sua mano.

« Sto bene », gli disse lei in tono glaciale.

« È stato qui. »

Lei annuì. « Ma se n'è andato. »

« Non ha lasciato nessun messaggio per me? » chiese con un sorriso forzato.

Lei si sedette. C'era qualcosa di orribile, qualcosa che non andava in lui. La sua voce era strana e il suo viso era pallido come un lenzuolo. Le stava a una certa distanza, come se il semplice contatto potesse distruggerlo. Vedendolo così, quasi si scordò del terribile bisogno che la stava consumando.

« Un messaggio », ripeté, « per te? » Non riusciva a capire. « Perché? Che cosa è successo? »

« Erano morti. »

« Chi? »

« Flynn. Chairmaine. Qualcuno ha tagliato loro la gola. »

Era sul punto di lasciarsi cadere. Aveva raggiunto sicuramente il fondo. Non avrebbero potuto andare più in basso.

« Oh Marty ... »

« Sapeva che sarei tornato a casa mia », disse. Lei cercò una punta di accusa nella sua voce, ma non ce n'era. Decise comunque di difendersi.

« Non posso essere stata io. Non so nemmeno dove vivi. »

« Oh, ma lui si. Sono sicuro che si è preoccupato di conoscere tutto. »

« Ma perché ucciderli? Non capisco il motivo. »

« Scambio di persona. »

« Ma Breer ti conosce. »

« Non è stato lui. »

« Hai visto chi è stato? »

« Credo di sì. Due ragazzi », cercò il volantino che aveva trovato nella cassetta davanti alla porta. Immaginava che fossero stati gli assassini a recapitarlo. Qualcosa in quei loro vestiti sobri e in quella massa di capelli d'oro splendente gli ricordava gli evangelisti che andavano di porta in porta, con il viso angelico e fatale. All'Europeo non sarebbe forse piaciuto un simile paradosso?

« Ma hanno commesso un errore », proseguì, togliendosi la giacca e iniziando a sbottonare la camicia madida di sudore. « Sono entrati in casa e hanno ucciso la prima donna e il primo uomo che hanno visto. Solo che non ero io: era Flynn. » Tirò fuori la camicia dai calzoni e la gettò lontano. « A Mamoulian non importa nulla della legge - crede di essere al di sopra di ogni cosa. » Marty si rendeva conto dell'ironia della situazione. Proprio lui, un ex delinquente, che aveva sempre disprezzato le regole, stava parlando di rispetto della legge. Non era un gran sollievo, ma non era riuscito a trovare nulla di meglio. « Che cos'è lui, Carys? Che cosa lo rende così sicuro di essere immune? »

Lei stava fissando il viso infuocato del Reverendo Bliss. Il Battesimo nello Spirito Santo!, prometteva allegramente.

« Devo saperlo, se no non avremo scampo. »

Lei non rispose. Marty andò verso il lavandino e si lavò viso e petto con acqua fredda. Per quanto riguardava l'Europeo, erano tutti pecore in un recinto. Non solo in quella stanza, ma in tutte le stanze. Ovunque si fossero nascosti, li avrebbe trovati prima o poi e sarebbe giunto. Forse ci sarebbe stata una breve lotta - ma le pecore combattono forse per evitare l'esecuzione? Lo avrebbe chiesto alla mosca e la mosca l'avrebbe saputo.

Si voltò dal lavandino, con l'acqua che gli colava lungo la faccia, e guardò Carys. Stava fissando il pavimento, grattandosi.

« Vai da lui », le disse all'improvviso.

Aveva cercato una dozzina di frasi per iniziare quella conversazione, durante il viaggio di ritorno, ma perché avrebbe dovuto addolcire la pillola?

Lei lo guardò con lo sguardo vuoto. « Cos'hai detto? »

« Vai da lui, Carys. Vai dentro di lui, come fa lui con te. Rovescia il meccanismo. »

Si mise a ridere; era un modo per farsi coraggio di fronte a quell'assurdità. « Dentro di lui? » ripeté.

« Sì. »

« Tu sei pazzo. »

« Non possiamo combattere ciò che non conosciamo. E non possiamo conoscere se non guardiamo. Tu sei in grado di farlo: tu puoi farlo per entrambi. » Andò verso di lei, attraverso la stanza, ma lei piegò la testa. « Scopri che cosa è. Trova una sua debolezza, l'accenno di una sua debolezza, qualunque cosa che possa aiutarci a sopravvivere. »

« No. »

« Se non lo farai, qualsiasi cosa tenteremo, ovunque cercheremo di andare, lui riuscirà a trovarci, lui o qualcuno dei suoi seguaci, e mi taglieranno la gola come hanno fatto con Flynn. E tu? Dio solo lo sa. Credo che desidererai essere morta con me. » Era un discorso brutale, e si era sentito un verme solo per averlo detto, ma sapeva che lei avrebbe opposto una forte resistenza. Se la prepotenza non fosse bastata, aveva ancora l'eroina. Si accovacciò sulle gambe di fronte a lei, fissandola.

« Pensaci, Carys. Prova a riflettere su questa proposta. »

Il viso della ragazza si fece più duro. « Hai visto la sua stanza », replicò. « Sarebbe come chiudermi in un manicomio. »

« Lui non lo saprà nemmeno », disse. « Non sarà preparato. »

« Non ho intenzione di discutere. Dammi la roba, Marty. » Lui si alzò con la faccia stanca. Non farmi essere crudele, pensò.

« Vuoi che ti faccia andare in paradiso e che stia qui ad aspettare, giusto? »

« Sì », rispose lei debolmente. Poi, con più forza: « Sì! »

« Pensi di valere così poco? » Carys tacque. Aveva il viso impassibile. « Se davvero la pensi così, perché ti sei bruciata? »

« Non volevo andarmene. Non senza... rivederti ancora. Stare con te. » Stava tremando. « Non possiamo vincere », terminò con disperazione.

« Se non possiamo vincere, che cosa abbiamo da perdere? »

« Sono stanca », rispose, scuotendo la testa. « Dammi la roba. Forse domani, quando mi sentirò un po' meglio. » Alzò gli occhi, scintillanti nelle cavità peste. « Dammi solo la roba! »

« Così ti dimenticherai di tutto, eh? »

« Marty, non... Questo rovinerà... » Si interruppe.

« Rovinerà che cosa? Le nostre ultime ore insieme? »

« Ho bisogno di quella roba, Marty. »

« È troppo comodo così! Non te ne frega un cazzo di quello che accadrà a me! » Questo gli parve improvvisamente, straordinariamente vero: non le era mai importato nulla delle sue sofferenze. Era entrato nella sua vita e ora, dopo averle procurato la roba, poteva sparire di nuovo e lasciarla ai suoi sogni. Avrebbe voluto colpirla. Si girò prima di farlo sul serio.

Dietro di lui, sentì la sua voce: « Potremmo farci un po' di roba - anche tu, Marty, perché no? Poi potremmo stare insieme. »

Rimase in silenzio a lungo prima di risponderle, poi le disse:

« Niente roba. »

« Marty? »

« Niente roba fino a quando non andrai da lui. »

Carys impiegò parecchi secondi per rendersi conto esattamente del ricatto. Non aveva forse detto, tanto tempo prima, che l'aveva delusa perché si aspettava che fosse un bruto? Aveva parlato troppo presto.

« Se ne accorgerà », disse a fatica. « Lo capirà quando mi avvicinerò a lui. »

« Fallo silenziosamente. Puoi farlo, sai che ne sei capace. Sei in gamba. Sei scivolata nella mia testa abbastanza spesso. »

« Non posso », protestò. Ma non capiva che cosa le stava chiedendo?

Marty fece una smorfia, sospirò e andò verso la giacca, che era ancora per terra dove l'aveva gettata prima. Rovistò nelle tasche fino a quando trovò l'eroina. Era un misero pacchettino e, se conosceva bene Flynn, la roba era anche tagliata. Ma non erano affari suoi. Lei guardò come paralizzata il pacchetto.

« È tutta tua », disse, lanciandole il pacchetto che finì sul letto, di fianco a lei. « Serviti pure. »

Lei continuò a fissarlo: guardò le mani vuote. Lui interruppe quell'occhiata chinandosi a raccogliere la camicia usata, e rimettendosela.

« Dove stai andando? »

« Ti ho già visto in preda agli effetti di quella merda. Ho già sentito le cazzate che dici. Non voglio ricordarti così. »

« Devo avere quella roba. »

Lo odiava; lo guardò mentre se ne stava in piedi in un raggio di sole del tardo pomeriggio, con la pancia e il petto nudi, e odiò ogni singola fibra di quel corpo. Poteva comprendere il ricatto: era crudele, ma serviva ad uno scopo. Ma abbandonarla così era davvero uno sporco trucco.

« Anche se decidessi di fare quello che mi stai chiedendo... » iniziò - quel pensiero sembrava terrorizzarla « ... non troverei niente. »

Lui si strinse nelle spalle. « Senti, la roba è tua », disse. « Hai avuto quello che volevi. »

« E tu? Che cosa vuoi? »

« Io voglio vivere. E penso che questa sia la nostra unica possibilità. »

Anche se era una possibilità molto remota, era una piccola crepa nel muro attraverso la quale, se il destino avesse voluto, sarebbero passati.

Lei valutò le alternative: non capiva esattamente perché stesse considerando anche la proposta di Marty. In un'altra occasione gli avrebbe detto: per l'amor del cielo! Ma alla fine sospirò: « Hai vinto ».

 

Si sedette e la guardò mentre si preparava per il viaggio tanto atteso. Per prima cosa si lavò. Non solo il viso, ma tutto il corpo, stando in piedi su un'asciugamano steso vicino al piccolo lavandino nell'angolo della stanza, con il bollitore riscaldato a gas che ruggiva mentre versava l'acqua. Guardandola, gli venne un'erezione, e si vergognò di una reazione così umana in un momento in cui la posta in gioco era così alta. Subito, però, rifletté che era una stupida considerazione puritana: doveva sentire quello che più gli faceva piacere. Glielo aveva insegnato lei.

Quando ebbe finito, Carys si infilò di nuovo la biancheria intima e una maglietta. Era ciò che aveva addosso quando era arrivato in Caliban Street, notò Marty, giusto lo stretto indispensabile. Lei si sedette su una sedia. Aveva la pelle d'oca su tutto il corpo. Voleva essere perdonato, voleva che lei gli dicesse che quanto aveva fatto aveva una sua giustificazione e che - qualunque cosa fosse successa -lei lo comprendeva poiché aveva agito per il meglio. Ma lei non offrì nessuna comprensione. Disse solo:

« Credo di essere pronta ».

« Cosa posso fare? »

« Ben poco », rispose. « Ma resta qui, Marty. »

« E se... sai... se qualcosa non dovesse andare bene? Posso aiutarti? »

« No », rispose.

« Come farò a sapere che sei là? » le chiese.

Lei lo guardò come se la domanda fosse assolutamente idiota e rispose: « Lo saprai ».

 

62

 

Non fu difficile trovare l'Europeo; la sua mente andò da lui con dolorosa solerzia, come se si fosse trattato di gettarsi nelle braccia di un compatriota perso di vista da tempo. Avvertiva chiaramente la forza di attrazione che emanava, anche se non si trattava di un magnetismo cosciente. Quando il suo pensiero arrivò in Caliban Street ed entrò nella stanza del piano in cima alle scale, ebbe la conferma dei suoi sospetti circa la passività dell'Europeo. Giaceva sulle tavole di legno poste nella stanza, in una posizione di profonda stanchezza. Forse, pensò, posso farcela, dopo tutto. Come un'amante importuna, scivolò al suo fianco e si infilò dentro di lui.

Lei mormorò qualcosa.

Marty sussultò. C'erano strani movimenti nella sua gola: era tanto sottile che a Marty sembrò si scorgere le parole che venivano formate. Dimmi qualcosa, le ordinò. Dimmi che va tutto bene. Il corpo della ragazza era diventato rigido. La toccò. I muscoli sembravano di pietra, come se avesse guardato il Basilisco.

« Carys? »

Lei mormorò ancora qualcosa, con la gola palpitante, ma non uscì nessuna parola: non erano altro che sospiri.

« Riesci a sentirmi? »

Non diede alcun segno. I secondi erano diventati minuti ma lei era sempre un muro contro il quale le domande di Marty cozzavano per poi cadere nel silenzio.

Poi, finalmente, lei disse: « Sono qui. » Aveva una voce inconsistente, come quella proveniente da una lontana stazione radio: parole che venivano da un posto non ben precisato.

« Con lui? » chiese.

« Sì. »

Nessuna prevaricazione, adesso, ordinò a se stesso. Era andata dall'Europeo, come le aveva chiesto. Ora doveva usare il coraggio di Carys nel miglior modo possibile, e richiamarla indietro prima che accadesse qualcosa di spiacevole. Le fece la prima domanda, la più difficile, quella che maggiormente necessitava di una risposta.

« Che cos'è, Carys? »

« Non lo so », rispose.

La punta della lingua spuntò fuori dalle labbra per inumidirle con un filo di saliva.

« È così buio », mormorò.

Era buio in lui: la stessa oscurità tangibile che c'era nella stanza di Caliban Street. Ma, almeno per il momento, quelle ombre erano passive. L'Europeo non si aspettava intrusi: non aveva lasciato guardiani del terrore all'ingresso del suo cervello. Lei si insinuò ancora più profondamente nella sua testa. Frecciate colorate di luce si accendevano all'angolo dei suoi pensieri come i colori che si vedono dopo essersi sfregati gli occhi, ma erano molto più brillanti e più fugaci. Andavano e venivano così velocemente che non era sicura di vedere qualcosa di preciso, ma man mano che la luce si faceva più insistente, iniziò a distinguere delle sagome: virgole, reticolati, barre, puntini, spirali.

La voce di Marty interruppe quell'immagine fiabesca, con una domanda stupida che le fece perdere la pazienza. La ignorò. Che aspettasse pure. Le luci si facevano sempre più complicate, con le diverse sagome che si intersecavano, acquistando maggior profondità e maggior consistenza. Ora le sembrava di vedere gallerie e cubi che rotolavano; oceani di luce ondeggianti; fessure che si aprivano e si sigillavano di nuovo; piogge di rumori bianchi. Lei rimase a guardare, estasiata dal modo in cui crescevano e si moltiplicavano, il mondo dei pensieri di lui che nascevano nel paradiso tremolante sopra di lei, per poi cadere come una pioggia avvolgente. Grandi gruppi di figure geometriche intersecantesi rombavano sopra la sua testa, a pochi centimetri da lei, con il peso di piccole lune.

Poi, improvvisamente: sparite. Tutte. Di nuovo l'oscurità, inesorabile come sempre, che la stringeva da ogni lato. Per un attimo ebbe l'impressione di soffocare; tentò di respirare, in preda al panico.

« Carys? »

« Sto bene », rispose in un soffio a chi le aveva rivolto da lontano quella domanda. Era lontano mille miglia, ma si interessava molto a lei, almeno per quello che ricordava in modo confuso.

« Dove sei? » chiese, desideroso di sapere.

Non aveva nessun indizio, quindi scosse il capo. In che modo doveva proseguire? Rimase in attesa nell'oscurità, preparandosi a quello che sarebbe potuto accadere.

Improvvisamente ricominciarono le luci, all'orizzonte. Questa volta - era il secondo spettacolo - le sagome erano diventate vere e proprie forme. Al posto delle spirali ora vedeva colonne di fumo che si innalzavano. Invece degli oceani di luce, vedeva un paesaggio con colline in lontananza illuminate da luci intermittenti. Gli uccelli si levarono in volo con ali infuocate che presto si trasformarono in pagine di un libro, svolazzando dalle conflagrazioni che brillavano ovunque.

« Dove sei? » le chiese Marty di nuovo. Vedeva gli occhi di Carys vagare come impazziti sotto le palpebre abbassate, afferrando quelle forme in divenire. Lui non poteva condividere niente di tutto quello con lei, tranne che attraverso le sue parole, e lei era ammutolita per l'ammirazione o il terrore: nessuno poteva dirlo.

C'erano anche dei suoni. Non molti: il promontorio sul quale stava salendo aveva sofferto troppi danni per riuscire a urlare. Era praticamente in fin di vita. Corpi sparsi sotto i piedi, così malconci che sembravano precipitarsi dal cielo. Armi, cavalli, ruote. Vide tutto questo come se si trattasse di uno spettacolo di luridi fuochi d'artificio, dove la stessa luce non brilla mai più di una volta. Nel momento di oscurità fra uno scoppio di luce e l'altro, l'intera scena cambia. Eccola in piedi in mezzo a una strada con una ragazza nuda che le corre incontro, urlando. Eccola ora, invece, in cima a una collina, mentre guarda una valle rasa al suolo, attraverso una coltre di fumo. Ecco ora una betulla argentea, no, adesso non più. Ma sempre e comunque i fuochi nelle vicinanze; la fuliggine e le urla che insozzano l'aria; il senso di inesorabile inseguimento. Sentiva che sarebbe potuto continuare in eterno, con quelle scene che cambiavano davanti ai suoi occhi - prima un paesaggio, poi un'atrocità - senza che avesse il tempo di collegare fra loro quelle immagini tanto diverse.

Poi, come erano scomparse le prime sagome, improvvisamente cessarono anche i fuochi, e si trovò immersa nella più completa oscurità.

« Dove? »

La voce di Marty l'aveva raggiunta. Era così agitato che lei gli rispose.

« Sono quasi morta », rispose, in tono piuttosto calmo.

« Carys? » Era terrorizzato dal fatto che chiamandola per nome avrebbe potuto mettere in stato di allarme Mamoulian, ma doveva sapere se stava parlando per se stessa o per lui.

« Non Carys », rispose lei. La bocca sembrava perdere la sua pienezza, le labbra si assottigliavano. Era la bocca di Mamoulian, non quella di Carys .

Lei alzò leggermente la mano dal grembo, come se volesse toccarsi il viso.

« Quasi morta », ripeté. « Ho perso la battaglia, vedi? Perso tutta questa dannata guerra... »

« Quale guerra? »

« Ho perso fin dall'inizio. Non che sia importante. Devo trovarmi un'altra guerra. Ce ne sono sempre in giro. »

« Chi sei? »

Lei aggrottò le sopracciglia. « E tu cosa c'entri? » rispose con tono brusco. « Non sono fatti tuoi. »

« Non importa », Marty aveva paura a spingere troppo in là quell'interrogatorio. Comunque, la risposta alla sua domanda venne con il mormorio successivo.

« Mi chiamo Mamoulian. Sono sergente nel Terzo Fucilieri. Mi correggo: ero sergente. »

« E adesso no? »

« No, adesso no. Non sono nessuno adesso. In questi tempi è più sicuro non essere nessuno, non ti pare? »

Il tono era stranamente colloquiale, come se l'Europeo sapesse esattamente che cosa stava succedendo e avesse deciso di parlare a Marty per mezzo di Carys. Forse era un altro gioco?

« Quando penso a quello che ho fatto », continuò, « per tenermi fuori dai pasticci. Sono un codardo, sai? Lo sono sempre stato. Non ho mai potuto soffrire la vista dei sangue. » Iniziò a ridere dentro di lei con una risata dura e decisamente maschile.

« Sei semplicemente un uomo? » chiese Marty. Faceva fatica a credere a quello che gli era stato detto. Non c'era nessun Demonio nascosto nella corteccia dell'Europeo, era solo un sergente mezzo pazzo, sconfitto su qualche campo di battaglia. « Solo un uomo? » chiese di nuovo.

« Che cosa credevi che fossi? » rispose il sergente, veloce come un lampo. « Sono felice di averti accontentato. Qualsiasi cosa pur di uscire da questa merda. »

« Con chi credi di parlare in questo momento? »

Il sergente aggrottò le sopracciglia usando la faccia di Carys, chiarendo la questione.

« Sto perdendo la testa », disse con tristezza. « Sono giorni ormai che parlo solo con me stesso. Non è rimasto nessuno, non vedi? Il Terzo è stato spazzato via. E anche il Quarto. E il Quinto. Tutti spediti all'Inferno! » Si interruppe e fece una smorfia di disappunto. « Non mi è rimasto nessuno con cui giocare a carte, dannazione! Non si puo giocare con i morti, no? Non hanno niente di quello che voglio io... » la voce si affievolì.

« Che giorno è oggi? »

« Siamo in ottobre, no? » riprese il sergente. « Ho perso la cognizione del tempo. Però fa ancora un freddo cane di notte, sì, di questo sono sicuro. Sì, deve essere almeno ottobre. C'era dei nevischio nell'aria, ieri. O forse era l'altro ieri. »

« In che anno siamo? »

Il sergente si mise a ridere. « Non sono scoppiato fino a quel punto », ribatté. « È il milleottocentoundici. Proprio così. Compio trentadue anni il nove di novembre. E non dimostro certo più di quarant'anni. »

1811. Se il sergente stava dicendo la verità, voleva dire che Mamoulian aveva duecento anni.

« Ne sei sicuro? » chiese Marty. « Che l'anno sia il milleottocentoundici: ne sei proprio sicuro? »

« Chiudi il becco! » fu la risposta.

« Cosa? »

« Problemi. »

Carys si era messa le braccia attorno al petto, come se stesse soffocando. Si sentiva rinchiusa, ma non sapeva esattamente da che cosa. La strada sulla quale si trovava era scomparsa all'improvviso, e ora si sentiva sdraiata nell'oscurità. Faceva più caldo rispetto alla strada, ma non si trattava di un calore piacevole. Puzzava di marcio. Sputò non una, ma tre, quattro volte, per liberarsi di una boccata di fango. Dov'era andata, per l'amor del cielo?

Vicino a lei sentiva avvicinarsi i cavalli. Il rumore era attutito, ma la gettò nel panico e, piuttosto, gettò nel panico l'uomo che occupava. Alla sua destra, qualcuno si lamentava.

« Sssst... » lo zittì. Forse quello che si lamentava non aveva sentito i cavalli? Li avrebbero scoperti e anche se non sapeva con esattezza perché, era certa che quella scoperta sarebbe stata loro fatale.

« Che cosa sta succedendo? » chiese Marty.

Lei non osò nemmeno rispondere. Gli uomini a cavallo erano troppo vicini per osare proferire parola. Li sentiva scendere da cavallo e avvicinarsi al suo nascondiglio. Ripeté più volte una preghiera, silenziosamente. I cavalieri stavano parlando: immaginò che si trattasse di soldati - Era nata una discussione fra di loro riguardo a chi avrebbe dovuto occuparsi di qualche compito spiacevole. Forse, continuò a pregare, abbandoneranno la ricerca prima ancora di cominciarla. Ma non fu così. La discussione era finita e ora si stavano lamentando in continuazione del lavoro che li aspettava. Li udì spostare dei sacchi per poi gettarli per terra. Una dozzina, due dozzine. La luce filtrò nel nascondiglio dove si era distesa, quasi senza respirare. Furono spostati altri sacchi e sempre più luce l'investì. Aprì gli occhi e finalmente riconobbe il rifugio scelto dal sergente.

« Dio Onnipotente! » disse.

Quelli che aveva attorno non erano sacchi, ma corpi. Si era nascosto in un mucchio di cadaveri. Era il calore della decomposizione che la faceva sudare.

Ora i soldati si accingevano a smistare quel mucchio, toccando tutti i corpi mentre venivano trascinati via, per dividere i morti dai vivi. I pochi che ancora respiravano vennero indicati all'ufficiale che li mandò tutti in congedo senza possibilità di ritorno: vennero liquidati in modo sbrigativo. Prima che una baionetta andasse a frugare nel suo nascondiglio, il sergente si girò e si fece vedere.

« Mi arrendo », disse. Ma nonostante quello lo pugnalarono ad una spalla. Il sergente gridò. E anche Carys.

Marty le si avvicinò per toccarla: sul suo viso si leggeva un forte dolore. Ma poi pensò bene di non interferire in quella che era chiaramente una congiunzione vitale: poteva fare più male che bene.

« Molto bene », disse l'ufficiale in sella al suo cavallo. « Non mi sembri molto morto. »

« Stavo facendo pratica », rispose il sergente. La sua battuta di spirito gli costò un'altra pugnalata. A giudicare dallo sguardo degli uomini che lo circondavano, era stato fortunato a non essere ancora stato sbudellato. Erano pronti a qualche scherzetto.

« Non è ancora giunta la tua ora », disse l'ufficiale, accarezzando il collo lucente del cavallo. La presenza di tutti quei morti aveva reso nervoso il purosangue. « Prima devi rispondere a qualche domanda, e poi avrai il tuo posto nella fossa. »

Dietro la testa piumata dell'ufficiale, il cielo si era fatto scuro. Già mentre parlava, la scena aveva iniziato a mancare di coerenza, come se Mamoulian non si ricordasse bene come continuava la storia. Sotto le palpebre gli occhi di Carys avevano ripreso a muoversi su e giù. Era stata colta nuovamente da un tumulto di impressioni, ogni momento si delineava con precisione assoluta, ma tutto stava accadendo troppo in fretta perché se ne rendesse davvero conto.

« Carys? Ti senti bene? »

« Sì, sì », disse senza respiro. « Solo ancora pochi momenti... momenti da vivere. »

Vide una stanza, una sedia. Sentì un bacio, uno schiaffo. Dolore, sollievo, ancora dolore. Domande, risate. Non ne era sicura ma le sembrava che messo alle strette il sergente stesse rivelando ai nemici tutto quello che volevano sapere. I giorni passavano in un battibaleno. Li lasciò correre fra le dita, avvertendo che la mente sognante dell'Europeo si muoveva con velocità sempre crescente verso qualche avvenimento particolarmente importante. Era meglio che facesse a modo suo: sapeva meglio di lei che significato avesse quella discesa.

Il viaggio finì bruscamente.

Sopra la sua testa si apriva un cielo d'acciaio dal quale cadeva lenta la neve: una pigra caduta di fiocchi che, invece di riscaldarla, le faceva male alle ossa. In quella misera e afosa camera da letto, con Marty seduto di fronte a lei, a torso nudo e tutto sudato, i denti di Carys iniziarono a battere.

I soldati che avevano catturato il sergente erano alle prese con gli interrogatori, o almeno così pareva. Avevano condotto lui e altri cinque prigionieri malconci in un piccolo cortile. Si guardò attorno. Erano in un monastero, o almeno in quello che era stato un monastero fino all'occupazione. Uno o due monaci se ne stavano al riparo nei vialetti del chiostro, osservando quello che succedeva nel cortile con distacco filosofico.

I sei prigionieri attendevano in fila, mentre la neve continuava a cadere. In quel cortile non c'era nessun posto dove sarebbero potuti scappare. Il sergente, alla fine della fila, si mordeva le unghie cercando di non perdere la lucidità. Sarebbero morti lì, non c'era alcun dubbio in proposito. Non erano i primi a essere giustiziati quel pomeriggio. Lungo un muro, disposti ordinatamente per un'ispezione postuma, giacevano cinque uomini. Come ultimo segno diffamatorio, la testa mozzata era stata messa loro in mezzo alle gambe. Con gli occhi spalancati, come sbigottiti da quel colpo mortale, fissavano la neve che scendeva, le finestre, l'unico albero piantato in mezzo alle pietre. In estate sicuramente avrebbe dato molti frutti, e gli uccelli avrebbero cantato le loro stupide canzoni nei suoi rami. Ma adesso era senza foglie.

« Ci uccideranno », disse lei con accettato fatalismo.

Tutto aveva un'aria molto informale. L'ufficiale che presiedeva se ne stava in piedi con le mani su un braciere e una pelliccia sulle spalle, dando la schiena ai prigionieri. Con lui c'era il boia, con la spada ancora insanguinata appoggiata con disinvoltura sulle spalle. Un uomo grasso e goffo che rise a qualche battuta dell'ufficiale, bevve una tazza di qualcosa di caldo e si girò di nuovo per continuare il suo lavoro.

Carys sorrise.

« Che cosa succede adesso? »

Lei non rispose: i suoi occhi erano puntati sull'uomo che li avrebbe uccisi; continuò a sorridere.

« Carys. Che cosa sta succedendo? »

I soldati erano arrivati fino alla fila e spingevano i prigionieri in mezzo alla piazza. Carys aveva reclinato il collo, mostrandone la nudità. « Stiamo per morire », sussurrò al suo confidente lontano.

All'altra estremità della fila il boia alzò la spada e la lasciò cadere con fare professionale. La testa del prigioniero sembrò schizzare via dal collo, spinta da un geyser di sangue. La neve bianca era diventata lurida contro i muri grigi. La testa cadde con la faccia all'insù, rotolò un poco e si fermò. Il corpo si raggomitolò a terra. Con la coda dell'occhio, Mamoulian guardava tutta la scena, cercando di non battere i denti. Non aveva paura e non voleva che pensassero che ne aveva. Il secondo uomo della fila iniziò a urlare. All'ordine secco dell'ufficiale due soldati si fecero avanti e lo afferrarono. Improvvisamente, dopo la calma anomala durante la quale era stato quasi possibile udire i fiocchi di neve che cadevano, i condannati iniziarono a pregare e scongiurare: il terrore di quell'uomo aveva dato libero sfogo agli altri. Il sergente non disse nulla. Erano fortunati a morire in quel modo: la spada era solitamente riservata ad aristocratici e ufficiali. Ma l'albero non era ancora abbastanza alto per poterci impiccare un uomo. Guardò la spada che cadeva una seconda volta, chiedendosi se la lingua continuava a muoversi dopo la morte, distesa nel palato asciutto della testa del morto.

« Non ho paura », disse. « A che cosa serve la paura? Non puoi né comprarla né venderla, e nemmeno farci l'amore. Non puoi nemmeno mettertela addosso se ti strappano la camicia e hai freddo. »

La testa del terzo prigioniero rotolò nella neve, e anche quella del quarto. Un soldato scoppiò a ridere. Il sangue scorreva. Il suo odore di carne era appetitoso per un uomo che non mangiava da una settimana.

« Non perdo nulla », disse Mamoulian, invece di pregare. « La mia vita è stata inutile. Se finisce qui, che male c'è? »

Il prigioniero alla sua sinistra era giovane: non aveva più di quindici anni. Probabilmente un tamburino, pensò il sergente. Stava piangendo in tono sommesso.

« Guarda laggiù », disse Mamoulian. « Diserzione, penso. »

I corpi distesi erano già stati abbandonati dai vari parassiti. Le mosche ed i pidocchi, consapevoli del fatto che chi li ospitava era morto, si allontanavano strisciando e saltando dalla testa e dal corpo, in cerca di una nuova dimora prima che il freddo li catturasse.

Il ragazzo guardò e sorrise. Quello spettacolo lo distrasse mentre il boia prendeva posizione per lasciar andare il colpo mortale. La testa fece un salto: qualcosa di caldo fuoriuscì e finì sul petto del sergente.

Pigramente, Mamoulian guardò il boia. Se non fosse stato per alcune macchie di sangue, non si sarebbe potuto dire che mestiere facesse. Aveva una faccia stupida, con una barbetta insignificante che aveva bisogno di una regolata e due occhietti tondi e da pesce lesso. Devo essere ammazzato da questo qui? pensò il sergente, bene, non ho paura. Allargò le braccia, ìn segno universale di sottomissione e chinò la testa. Qualcuno gli tirò su la camicia per liberare il collo.

Aspettò. Un rumore simile a uno sparo risuonò nella sua testa. Aprì gli occhi, convinto di vedere avvicinare la neve mentre la testa ruzzolava dal collo; ma non fu così. In mezzo alla piazza uno dei soldati era caduto in ginocchio, con il petto squarciato da un colpo proveniente da una delle finestre del chiostro superiore. Mamoulian guardò dietro di sé. I soldati stavano correndo dappertutto nella piazza; i colpi fendevano la neve. L'ufficiale, ferito, cadde goffamente contro il braciere e la pelliccia prese fuoco. Intrappolati sotto l'albero, due soldati vennero falciati e caddero insieme abbracciati sotto i rami, come due amanti.

« Via. » Carys bisbigliò quell'imperativo con la voce di lui. « Via. In fretta. »

Strisciò sulla pancia fra i sassi gelati mentre le diverse fazioni combattevano sopra la sua testa, incapace ancora di credere di essersela cavata. Nessuno sembrò preoccuparsi di lui. Disarmato e magro come uno scheletro, non era un pericolo per nessuno. Una volta fuori della piazza, raggiunto un luogo appartato del monastero, riprese fiato. Il fumo aveva iniziato a salire lungo i corridoi gelidi. Inevitabilmente quel luogo sarebbe stato dato alle fiamme da una fazione o dall'altra: forse da entrambe. Erano tutti imbecilli: non gli piacevano per niente. Iniziò a cercare un'uscita in quel labirinto, sperando di riuscire a fuggire prima di incontrare qualche fuciliere disperso.

In un corridoio, lontano dal campo di battaglia, udì dei passi - rumore di sandali, non di stivali - dietro di lui. Si girò per fronteggiare l'inseguitore. Si trattava di un monaco, i cui tratti scarni suggerivano l'idea di un asceta. Fermò il sergente afferrandolo per il bavero consunto della divisa.

« Dio ti ha designato », affermò. Era senza fiato, ma la stretta era poderosa.

« Lasciami andare. Voglio uscire di qui. »

« La battaglia si sta svolgendo in questo edificio; non esistono luoghi sicuri. »

« Preferisco rischiare », ribatté il sergente con una smorfia.

« Sei stato prescelto, soldato », rispose il monaco senza mollare la presa. « La fortuna ha deciso di essere benevola con te. Il ragazzo innocente di fianco a te è morto, ma tu sei sopravvissuto. Non te ne sei accorto? Prova a chiederti perché. »

Cercò di liberarsi dalla stretta: l'odore di incenso e di sudore stantio era davvero disgustoso. Ma l'uomo strinse ancora di più, parlando frettolosamente. « Sotto le celle ci sono dei passaggi segreti. Possiamo sgusciare via senza essere ammazzati. »

« Davvero? »

« Certo. Se mi aiuti. »

« E come? »

« Ho delle opere da salvare: il lavoro di una vita. Ho bisogno dei tuoi muscoli, soldato. Non preoccuparti: avrai qualcosa in cambio.

« Che cos'hai che io posso volere? » chiese il sergente. Che cosa poteva avere quel flagellante dallo sguardo allucinato?

« Ho bisogno di un accolito », rispose il monaco. « Qualcuno a cui trasmettere le mie conoscenze. »

« Risparmiami la consulenza spirituale. »

« Posso insegnarti molte cose. Come vivere in eterno, se è questo che vuoi. » Mamoulian aveva iniziato a ridere, ma il monaco andò avanti con il suo discorso fantastico. « Come impossessarti della vita degli altri e godertela. Oppure, se preferisci, darla ai morti e farli resuscitare. »

« Mai. »

« E una sapienza antica », insisté il monaco. « Ma io l'ho riscoperta, scritta in greco semplicissimo. Segreti che erano antichi quando le colline erano giovani. Quei segreti. »

« Se sei davvero in grado di fare tutto ciò, perché non sei lo Zar di tutte le Russie? » rispose Mamoulian.

Il monaco lasciò andare il colletto della divisa e guardò il soldato con il disprezzo che sprizzava fuori dagli occhi. « Quale uomo », disse lentamente, « quale uomo con delle autentiche ambizioni nel cuore si accontenterebbe di essere solo uno Zar? »

La risposta fece sparire il sorriso dal volto del soldato. Strane parole, il cui significato - se glielo avessero chiesto - sarebbe stato ben difficile da interpretare. Ma c'era in loro una promessa che la sua confusione non poteva eliminare. Bene, pensò, forse è proprio così che giunge la saggezza: e, in realtà, la 'spada non è caduta su di me, no?

« Mostrami la strada », disse.

Carys sorrise: un sorriso lieve ma raggiante. Nello spazio di un attimo l'inverno se n'era andato. La primavera era sbocciata e il terreno era verde, soprattutto sopra le fosse.

« Dove stai andando? » le chiese Marty. La sua espressione beata indicava chiaramente che le circostanze erano cambiate. Per parecchi minuti aveva continuato a sputare indizi relativi alla vita che stava condividendo nella testa dell'Europeo. Marty era riuscito appena ad afferrare il nocciolo della faccenda. Sperava che lei potesse fornirgli ulteriori dettagli più tardi. In che paese fossero, di che guerra si trattasse.

Improvvisamente lei disse: « Ho finito ». La voce era dolce, quasi scherzosa.

« Carys? »

« Chi è Carys? Mai sentito nominare. Probabilmente è morto. Sono tutti morti, tranne me. »

« Che cosa hai finito? »

« Di imparare, naturalmente. Tutto quello che poteva insegnarmi. Ed era vero. Tutto quello che mi aveva promesso: era tutto vero. L'antica sapienza. »

« Che cosa hai imparato? »

Alzò la mano, quella ustionata e la stese. « Posso rubare la vita », dichiarò. « Facilmente. Solo trovare il posto, e bere. Facile da prendere, facile da dare. »

« Dare? »

« Per un po'. Per quanto tempo mi va. » Allungò un dito: Dio ad Adamo. « Che ci sia vita. »

Lui cominciò a ridere di nuovo in lei.

« E il monaco? »

« Che cosa vuoi sapere di lui? »

« E ancora con te? »

Il sergente scosse la testa di Carys.

« L'ho ucciso quando ha finito di insegnarmi tutte le cose che sapeva fare. » Le sue mani si stesero e strangolarono l'aria. « L'ho strangolato una notte, mentre dormiva. Naturalmente si svegliò quando sentì le mie mani attorno alla gola. Ma non lottò: non fece il benché minimo tentativo per salvarsi. » Il sergente aveva uno sguardo lascivo mentre raccontava quell'episodio. « Ha lasciato che lo uccidessi. Facevo fatica a credere di essere stato tanto fortunato: erano settimane che progettavo di ucciderlo, ed ero terrorizzato all'idea che potesse leggere i miei pensieri. Quando se ne andò così facilmente, ero in estasi... » Lo sguardo lascivo scomparve di colpo. « Stupido », mormorò fa sé. « Così stupido. »

« Perché? »

« Non vidi la trappola che mi aveva preparato. Non mi accorsi che aveva organizzato tutto, per tutto quel periodo di tempo, nutrendomi come un figlio pur sapendo che sarei stato il suo carnefice al momento opportuno. Non mi resi conto, nemmeno una volta, che ero soltanto un suo strumento. Voleva morire. Voleva trasmettere la sua sapienza », quella parola venne pronunciata in tono ironico, « a me, e poi fare in modo che io mettessi fine alla sua vita. »

« Perché voleva morire? »

« Non capisci quanto sia terribile vivere quando tutto attorno a te muore? E più passano gli anni, più il pensiero della morte congela le tue budella, perché più a lungo l'aspetti e peggiore te la immagini, capisci? E inizi a desiderare ardentemente - oh, come lo desideri - che qualcuno abbia pietà di te, che qualcuno ti abbracci per condividere con te le tue paure. E, alla fine, qualcuno con cui sprofondare nel buio. »

« E tu hai scelto Whitehead », affermò Marty, quasi senza voce, « come tu eri stato scelto: per caso. »

« Tutto dipende dal caso, e niente », disse l'uomo addormentato, poi rise di nuovo, su se stesso, in modo amaro. « Sì, l'ho scelto io, con una partita a carte. E poi ho fatto un patto con lui. »

« Ma ti ha ingannato. »

Carys annuì, molto lentamente, mentre con la mano disegnava un cerchio nell'aria.

« In tondo, in tondo », disse. « In tondo e in tondo. »

« Che cosa farai adesso? »

« Troverò il Pellegrino. Ovunque sì nasconda, lo troverò. Lo porterò con me. Giuro che non me lo farò scappare. Lo prenderò e gli farò vedere. »

« Vedere cosa? »

Non giunse risposta. Lei sospirò, stirandosi un poco e muovendo la testa da sinistra a destra e poi indietro. Scioccato da ciò che aveva intuito, Marty si rese conto che la stava guardando mentre ripeteva i movimenti di Mamoulian: durante tutto quel tempo l'Europeo aveva continuato a dormire e ora, riposato, si stava svegliando. Ripeté la domanda di prima, deciso ad ottenere una risposta a questo ultimo quesito di vitale importanza.

« Vedere che cosa? »

« L'inferno! » esclamò Mamoulian. « Mi ha ingannato! Ha sperperato tutti i miei insegnamenti, tutta la mia conoscenza, gettandoli via per amore dell'avidità, per amore del potere, per la vita del corpo. Avidità! Tutto sprecato per l'avidità. Tutto il mio prezioso amore, buttato! » In quella litania a Marty parve di udire la voce del puritano - la voce di un monaco, forse - la rabbia di una creatura che voleva il mondo più puro, e che viveva in un tormento perché vedeva solo sporco e sudore dare origine a ulteriore sporco, a ulteriore sudore. Che speranza di saggezza poteva esserci in un luogo simile? Tranne forse trovare un'anima con cui dividere quel tormento, un amante con il quale odiare il mondo. Whitehead era stato quel tipo di compagno. E ora Mamoulian era sincero nei confronti dell'anima del suo amante: giunto alla fine, voleva sprofondare nella morte con l'unica creatura di cui si fosse mai fidato. « Andremo nel Nulla... », mormorò e quel sussurro era già una promessa. « Noi tutti, via nel nulla. Giù! Giù! »

Si stava svegliando. Non c'era tempo per altre domande, per quanto Marty fosse molto curioso.

« Carys. »

« Giù, giù! »

« Carys! Mi senti? Esci da lui! In fretta! »

La testa le cadde sul collo.

« Carys! »

Lei borbottò qualcosa.

« Muoviti! »

Nella testa di Mamoulian erano ricominciate le sagome, affascinanti come sempre. Zampilli di luce che sarebbero presto diventati figure, lei lo sapeva bene. Ma che cosa sarebbero state questa volta? Uccelli, fiori, alberi pieni di frutti. Il paese delle meraviglie.

« Carys. »

La voce di qualcuno che aveva conosciuto la stava chiamando da qualche luogo lontano. Ma c'erano le luci, e anche loro la chiamavano. Si stavano trasformando. Aspettò, fiduciosa, ma questa volta non si trattava di ricordi che diventavano visioni...

« Carys! Sbrigati! »

... erano il mondo reale che apparve quando l'Europeo aprì gli occhi. Il corpo di lei si irrigidì. Marty le afferrò la mano e la strinse. Respirava, lentamente, un soffio le usciva come un filo sottile attraverso i denti, e improvvisamente si rese conto del pericolo imminente. Gettò la sua mente fuori dalla testa dell'Europeo e le fece ripercorrere il cammino indietro, fino a Kilburn. Per un attimo terrificante sentì la sua volontà vacillare, come se stesse cadendo indietro, come se stesse ritornando nella testa di Mamoulian che l'aspettava. Angosciata, boccheggiò come un pesce fuor d'acqua mentre la sua mente lottava per trovare la forza propellente.

Marty la mise in posizione eretta, ma le gambe le cedettero. Cercò di tenerla in piedi sostenendola con le braccia attorno al corpo.

« Non lasciarmi », le mormorò nell'orecchio. « Buon Dio, non lasciarmi. »

Improvvisamente gli occhi di lei si spalancarono.

« Marty », borbottò. « Marty. »

Era lei: la conosceva troppo bene perché l'Europeo riuscisse a ingannarlo.

« Sei tornata », sospirò.

 

Non parlarono per parecchi minuti, tenendosi stretti l'uno contro l'altra. Quando ripresero a parlare, lui capì che Carys non aveva nessuna voglia di raccontare quello che aveva provato. Trattenne la sua curiosità. Era sufficiente sapere che non avevano il Demonio alle spalle.

Solo la vecchia umanità, ingannata nell'amore e pronta a distruggere il mondo sulla sua testa.

 

63

 

Quindi, forse, avevano una possibilità di sopravvivere, dopo tutto. Mamoulian era un uomo, nonostante tutte le sue facoltà innaturali. Forse aveva duecento anni, ma che cos'erano pochi anni fra amici?

La cosa più importante adesso era trovare Papà e metterlo in guardia circa le intenzioni di Mamoulian; in seguito avrebbero studiato un piano per far fronte come meglio potevano all'offensiva dell'Europeo. Se Whitehead non avesse voluto aiutarli, non ci avrebbe potuto far niente: era una sua prerogativa. Ma almeno Marty ci avrebbe provato, per amore dei vecchi tempi. E dopo l'inutile massacro di Chairmaine e di Flynn, i crimini commessi da Whitehead sembravano a Marty reati di ben poca gravità. Tra Mamoulian e il vecchio, Whitehead era sicuramente il meno colpevole. Per quanto riguardava come trovare Whitehead, l'unico indizio che aveva Marty erano le fragole. Era stata Pearl che gli aveva detto che il vecchio Whitehead non passava giorno senza mangiare fragole. Nemmeno una volta in venti anni, aveva dichiarato. Non era dunque possibile che avesse continuato con questa sua mania, anche se nascosto? Era una vaga traccia. Ma, forse, l'ingordigia del vecchio poteva essere il punto di partenza per la soluzione di quell'enigma.

Cercò di convincere Carys ad andare con lui, ma era veramente distrutta, sull'orlo di un collasso. I viaggi, disse, erano finiti: aveva visto fin troppo in un giorno solo. Ora voleva solo un po' di Paradiso Incantato, e su questo non avrebbe discusso. Con riluttanza, Marty la lasciò alla sua roba e se ne andò a parlare di fragole con il signor Halifax di Holborn.

 

Lasciata sola, Carys trovò il modo per dimenticare. Le visioni che aveva avuto nella testa di Mamoulian se ne erano andate nel confuso passato dal quale erano giunte. Il futuro, se ce n'era uno, veniva ignorato lì, dove c'era solo tranquillità. Si immerse in un sole di illusioni, mentre fuori iniziava a piovere.

 

XII

 

L'uomo grasso balla

 

64

 

A Breer non importava troppo che il tempo cambiasse. Per strada era comunque troppo afoso e la pioggia, con il suo significato di purificazione simbolica, lo faceva sentire meglio. Anche se ormai erano settimane che non sentiva più dolori lancinanti, tuttavia sentiva prudere quando faceva caldo. Non era realmente un prurito. Era una forma di irritazione più profonda: una sensazione di formicolio sulla pelle o sotto la pelle che nessuna pomata poteva alleviare. Ma sembrava che la pioggerellina l'avesse fatto diminuire un po', e di questo era particolarmente contento. Forse era la pioggia, o forse il fatto che stava andando dalla donna che amava. Sebbene Carys l'avesse attaccato più volte (conservava le ferite come fossero trofei), le aveva perdonato quelle reazioni. Lei lo capiva meglio di chiunque altro. Era unica una dea, nonostante il corpo terreno - e sapeva che se solo avesse potuto vederla di nuovo, mostrarsi a lei, toccarla, tutto sarebbe andato bene.

Ma prima di tutto doveva arrivare alla casa. Gli ci era voluto un po' di tempo per trovare un taxi che fosse disposto a trasportarlo, e quando finalmente uno si fermò, il tassista lo portò solo per un tratto e lo fece poi scendere, affermando che il suo odore era così disgustoso che difficilmente avrebbe trovato un altro passeggero per quel giorno. Imbarazzato per quel pubblico affronto - il taxista lo insultò dal taxi mentre ripartiva - Breer si incamminò per le stradine secondarie, sperando che nessuno ridesse o si prendesse gioco di lui.

Fu in una di quelle stradine, a pochi minuti da dove Carys lo stava aspettando, che un giovanotto con delle rondini blu tatuate sul collo spuntò sulla soglia di una casa per offrire aiuto a Mangialamette.

« Ehi, tu. Mi sembra che tu non stia molto bene, sai? Lascia che ti dia una mano. »

« No, no », bofonchiò Breer, sperando che il Buon Samaritano lo lasciasse in pace. « Sto bene, davvero. »

« Ma io insisto », disse Rondine, accelerando il passo per raggiungere Breer e mettendosi al suo fianco. Guardò su e giù lungo la strada per cercare eventuali testimoni, poi spinse il Mangialamette contro la porta di una casa murata.

« Tieni la bocca chiusa », ordinò, tirando fuori un coltello e premendolo sulla gola fasciata di Breer, « e non ti succederà niente. Vuota le tasche. Muoviti! »

Breer non fece nulla per obbedire. L'attacco era stato così improvviso che l'aveva disorientato; e il modo in cui il ragazzo gli aveva afferrato il collo steccato lo aveva fatto star male. Rondine spinse il coltello un po' più a fondo nella benda per dimostrare che faceva sul serio. La vittima puzzava terribilmente e il ladro voleva finire quel lavoro al più presto possibile.

« Le tasche! Sei sordo? » spinse il coltello ancora più a fondo. L'uomo non batté ciglio. « Guarda che lo faccio », lo accusò il ladro. « Ti taglio quella fottutissima gola! »

« Oh », fece Breer, per nulla intimorito. Più per calmare quel verme che per paura, rovistò nella tasca del cappotto e trovò una manciata di cose. Qualche monetina, qualche mentina che aveva continuato a succhiare fino a quando la saliva non si era prosciugata e una bottiglia di dopobarba. Le offrì al ragazzo fingendosi di;spiaciuto e con il viso rosso.

« È tutto qui quello che hai? » Rondine era furioso. Aprì il cappotto di Breer, lacerandolo.

« Non farlo », suggerì il Mangialamette.

« Fa un po' caldo per indossare il cappotto, non trovi? » sogghignò il ladro. « Che cosa stai nascondendo? »

I bottoni cedettero quando il ladro strappò la giacca che Breer indossava sotto al cappotto: il-ladro rimase a bocca aperta alla vista dei coltelli e delle forchette che erano ancora conficcate nell'addome della sua vittima. Le macchie di liquidi seccati che scendevano dalle ferite erano soltanto leggermente meno disgustose delle strisce putrefatte che partivano dalle ascelle e arrivavano fino all'inguine. In preda al panico, il ladro premette il coltello ancora più profondamente nella gola di Breer.

« Cristo! »

Anthony, avendo già perso la dignità, il rispetto di sé e, lo sapeva ormai, la vita, poteva perdere ormai solo la pazienza. Alzò un braccio e afferrò il coltello con la mano unta. Il ladro lo lasciò andare un attimo troppo tardi. Breer, più agile di quanto la sua mole lasciasse supporre, torse la lama e la mano indietro, rompendo il polso del suo assalitore.

Rondine aveva diciassette anni. Aveva già vissuto una vita ìntera, per avere solo diciassette anni. Aveva assistito a due morti violente, aveva perso la verginità -con una sorellastra - a quattordici anni, aveva puntato sui cani, aveva visto film pomo, aveva preso pillole di ogni tipo con quelle sue mani tremanti: la sua era stata, pensava, una vita intensa e aveva imparato un sacco di cose. Ma questo non gli era mai capitato. Niente di simile, mai. Gli faceva male allo stomaco.

Breer aveva ancora in mano il braccio ormai fuori uso del ladro.

« Lasciami andare... ti prego. »

Breer si limitò a guardarlo, con la giacca ancora aperta e quelle strane ferite in mostra.

« Che cosa vuoi da me? Mi stai facendo male. »

La giacca di Rondine era aperta. All'interno c'era un'altra arma, infilata in una tasca.

« Un coltello? » chiese Breer, notando il manico.

« No. » Breer si accinse a impadronirsene. Il ragazzo, desideroso di obbedire, prese da solo l'arma e la gettò ai piedi di Breer. Era un machete. La lama era arrugginita, ma molto affilata.

« È tuo, prendilo pure. Ma lasciami andare il braccio! »

« Raccoglilo. Chinati e raccoglilo », intimò Breer, lasciando il braccio ferito. Il ragazzo si piegò sulle gambe, raccolse il machete e lo porse a Breer. Il Mangialamette lo prese. Quella scena, con lui in piedi sopra la vittima inginocchiata, e un coltello in mano, aveva un vago significato per Breer, anche se, per il momento, gli sfuggiva. Forse si trattava di una figura tratta dal suo libro delle atrocità.

« Potrei ucciderti », disse con un certo distacco.

Questa possibilità non era sfuggita a Rondine. Chiuse gli occhi e aspettò. Ma non arrivò nessun colpo. L'uomo disse solo: « Grazie », e se ne andò.

Inginocchiato vicino alla porta, Rondine iniziò a pregare. La sua improvvisa religiosità lo sorprese, ma recitò a memoria le preghiere che lui e Hosanna, la sua sorellastra, avevano detto insieme prima e dopo aver peccato.

Stava ancora pregando dieci minuti più tardi, quando incominciò a piovere sul serio.

 

65

 

Breer impiegò parecchi minuti per trovare la casa gialla in Bright Street. Una volta localizzatala, rimase fermo ìn piedi per un po', preparandosi. Lei era lì: la sua salvezza. Voleva che il loro incontro fosse il più perfetto possibile.

La porta di ingresso era aperta. I bambini stavano giocando sulla soglia, dopo che la pioggia improvvisa aveva fatto loro interrompere il gioco della campana e del salto della corda. Passò accanto a loro con estrema attenzione, nel timore che i suoi grossi piedi potessero schiacciare una di quelle manine. Una bambina particolarmente carina gli strappò un sorriso: ma, comunque, quel sorriso non fu contraccambiato. Rimase nel corridoio, cercando di ricordare dove l'Europeo gli aveva detto che si trovava Carys. Non era al secondo piano?

 

Carys sentì qualcosa muoversi sul pianerottolo fuori della stanza, ma quella zona di legno marcio e di tappezzeria scrostata era lontana mille miglia dal suo Paradiso. Nella sua isola era al sicuro.

Poi qualcuno bussò alla porta: un tocco gentile, rispettoso. Dapprima non rispose, ma quando udì un secondo tocco disse: « Vai via ».

Dopo parecchi secondi di esitazione, la maniglia della porta si mosse leggermente. « Per favore... » disse lei, il più gentilmente possibile, « vai via. Marty non c'è. »

La maniglia si mosse di nuovo, questa volta con più forza. Udì delle dita che rovistavano contro il legno, o forse erano solo suoni che provenivano dal suo Paradiso? Ma non riusciva ad essere preoccupata o ad avere paura di niente. La roba che Marty le aveva procurato era davvero buona. Non era certo la migliore -quella gliela procurava solo Papà - ma sufficiente per eliminare ogni traccia di paura.

« Non puoi entrare », disse all'intruso. « Devi andartene e ritornare più tardi. »

« Sono io », cercò di dire il Mangialamette. Nonostante la nebbia del Paradiso, lei riconobbe quella voce. Come poteva Breer essere lì, a bisbigliare in quel modo fuori dalla porta? La sua mente, ancora obnubilata, cercò disperatamente di elaborare qualche trucco per difendersi.

Si sedette sul letto, mentre la pressione alla porta aumentava. Improvvisamente, stanco di quell'attesa, Breer spinse la porta con più violenza. Una volta, due volte. Il catenaccio non oppose una grande resistenza e lui piombò nella stanza incespicando. Non era immaginazione: era lì in carne ed ossa.

« Ti ho trovata », disse, con tranquillo tono da gentiluomo.

Chiuse accuratamente la porta dietro di sé guardandola. Lo osservò sconcertata: il collo rotto tenuto insieme da una benda improvvisata e da un pezzo di legno, i suoi vestiti laceri. Lui cercò di togliersi uno dei guanti di pelle, senza riuscirci.

« Sono venuto a trovarti », disse, distanziando bene le parole.

« Sì. »

Tirò il guanto. Si udì un rumore leggero e fiacco. Lei gli guardò la mano. La maggior parte della pelle era venuta via insieme al guanto. Lui tese quella mano scuoiata verso di lei.

« Devi aiutarmi », le disse.

« Sei solo? » chiese lei.

« Sì. »

Era già qualcosa. Forse l'Europeo non sapeva nemmeno che lui era lì. Era venuto per corteggiarla, a giudicare da quel suo patetico tentativo di comportarsi gentilmente. Il suo innamoramento risaliva al loro primo incontro, nella sauna. Lei non aveva urlato e nemmeno vomitato, e questo era bastato per ottenere la sua fiducia.

« Aiutami », mormorò lui.

« Non posso aiutarti. Non so cosa fare. »

« Lascia che ti tocchi. »

« Sei malato. »

La mano era ancora tesa. Fece un passo in avanti. Pensava forse che fosse un'icona, un talismano che bastava toccare per essere guariti da ogni malattia?

« Carina », disse.

Il suo odore era insopportabile, ma la sua mente in preda agli effetti della droga sembrava non accorgersene. Sapeva che era importante scappare, ma come? Forse per la porta, oppure la finestra? O forse bastava chiedergli di andarsene e di tornare il giorno dopo.

« Vuoi andartene per favore? »

« Voglio solo toccare. »

La sua mano era a pochi centimetri. Un'incontrollabile repulsione si impadronì di lei, nonostante l'apatia procurata dalla droga. Allontanò il braccio in modo brusco, spaventata alla sola idea di toccare la carne di Breer. Lui aveva un'aria offesa.

« Hai cercato di farmi del male », le ricordò. « Un sacco di volte. Io non ti ho fatto del male, nemmeno una volta. »

« Però volevi. »

« Lui; io mai. Io volevo che tu restassi con tutti gli altri miei amici, dove niente ayrebbe potuto farti dei male. »

La mano, che era ritornata lungo il fianco, si alzò improvvisamente e la afferrò per il collo.

« Non mi lascerai mai », disse.

« Mi stai facendo male, Anthony. »

La attirò a sé, e piegò la testa verso di lei per quanto poté considerando la condizione del suo collo. In una ferita della pelle sotto d'occhio destro, lei vide muoversi qualcosa. Più si avvicinava e più si notavano le grasse larve che erano state depositate sul suo viso sotto forma di uova, e che ora attendevano di crescere e di mettere le ali. Sapeva di essere diventato la casa delle larve? Era forse un motivo di orgoglio essere infestato di uova di mosca? L'avrebbe baciata, non aveva dubbi in proposito. Se mi mette la lingua in bocca, pensò fra sé, gliela stacco con un morso. Non lascerò che lo faccia. Buon Dio, preferirei morire.

Lui mise le sue labbra sulle sue.

« Sei imperdonabile », disse una voce flebile.

La porta era aperta.

« Lasciala andare. »

Il Mangialamette tolse le mani da Carys e si allontanò dal suo viso. Lei sputò per il disgusto di quel bacio e guardò verso la porta.

Sulla porta c'era Mamoulian. Dietro di lui due giovani vestitì elegantemente, uno con i capelli biondi, entrambi sorridenti.

« Imperdonabile », ripeté l'Europeo, rivolgendo il suo sguardo assente verso Carys. « Vedi cosa succede quando ti ribelli alla mia tutela? » dichiarò. « Visto che cose orribili succedono? »

Lei non rispose.

« Sei sola, Carys. Il tuo protettore del passato è morto. »

« Marty? Morto? »

« A casa sua: mentre cercava l'eroina per te. »

Aveva un vantaggio su di lui, pensò, riflettendo sull'errore che era stato commesso. Forse avrebbe dato un vantaggio anche a Marty se loro lo ritenevano morto. Ma non sarebbe stato intelligente fingere di piangere. Non era un'attrice drammatica. Meglio fingere incredulità, dubbio.

« No », disse. « Non ti credo. »

« Ucciso dalle mie mani pure », confermò il biondo Adone dietro l'Europeo.

« No », insistette lei.

« Credimi », insistè l'Europeo, « lui non tornerà più. Almeno in questo caso, fidati di me. »

« Fidarmi di te? » mormorò. Era quasi divertita.

« Non ho appena impedito che approfittasse di te? »

« È una tua creatura. »

« Sì, e sarà punito, puoi giurarci. Ora credo che vorral sdebitarti con me, per essere così gentilmente venuto qui, trovando tuo padre per me. Questa volta non tollero ritardi di nessun tipo, Carys. Ritorneremo a Caliban Street e tu lo troverai o, come è vero Iddio, ti rivolto. È una promessa. San Tommaso ti scorterà fino alla macchina. »

Il ragazzo dei capelli scuri sorrise e passò davanti al suo biondo compagno, offrendo una mano a Carys.

« Ho poco tempo da perdere, ragazza », incalzò Mamoulian, il cui tono improvvisamente mutato confermava quanto detto. « Quindi, per favore, cerchiamo di sbrigarci. »

Tom condusse Carys giù per le scale. Quando lei si fu allontanata, l'Europeo volse la sua attenzione verso il Mangialamette.

Breer non aveva paura di lui: non aveva più paura di nessuno. La camera angusta nella quale si trovavano faccia a faccia era molto calda: lo si notava dal sudore sulle guance e sul labbro superiore di Mamoulian. Lui, da parte sua, era freddo; era l'uomo più freddo dell'intera creazione. Niente gli avrebbe fatto paura. Mamoulian sicuramente si accorse di questo.

« Chiudi la porta », ordinò l'Europeo al ragazzo biondo. « E trova qualcosa per legare quest'uomo. »

Breer fece una smorfia.

« Mi hai disobbedito », si rammaricò l'Europeo. « Ti avevo ordinato di finire un certo lavoro in Caliban Street. »

« Volevo vederla. »

« Non è tua per poterla vedere. Ho fatto un patto con te e, come tutti gli altri, hai tradito la mia fiducia. »

« Un piccolo gioco », si difese Breer.

« Nessun gioco è piccolo, Anthony. Sei stato con me tutto questo tempo e non l'hai ancora capito? In ogni azione si nasconde un certo significato. Soprattutto nel gioco. »

« Non mi interessa quello che dici. Parole, sono solo parole. »

« Sei un essere spregevole. » L'Europeo sembrava disgustato. Il viso macchiato di Breer lo guardò senza la minima traccia di tensione o di contrizione. Anche se Mamoulian era conscio di avere la supremazia, qualcosa nello sguardo di Breer lo faceva sentire a disagio. Nei tempi passati, Mamoulian era stato servito da creature ancora più meschine. Il povero Konstantin, a esempio, i cui desideri dopo la morte erano andati ben oltre dei semplici baci. E allora perché Breer lo angosciava?

San Chad aveva strappato una serie di vestiti: questi, insieme a una cintura e a una cravatta, erano sufficienti per lo scopo di Mamoulian.

« Legalo al letto. »

Chad si obbligò a un grosso sforzo per toccare Breer; sperava almeno che non si divincolasse troppo. Accettò quella punizione con la stessa smorfia idiota che aveva stampata sul viso. La pelle dell'essere, sotto le sue mani, era inconsistente, come se sotto la superficie tesa e lucida, i muscoli si fossero trasformati in gelatina e pus. Chad si concentrò come meglio poté per portare a termine il lavoro mentre il prigioniero si divertiva guardando le mosche che ronzavano sulla sua testa.

Nel giro di tre o quattro minuti Breer fu legato mani e piedi. Mamoulian annuì, soddisfatto. « Ottimo lavoro. Puoi andare dabbasso a raggiungere Tom in macchina. lo arriverò fra un attimo. »

Chad si allontanò rispettosamente, asciugandosi le mani in un fazzoletto. Breer continuava a guardare le mosche.

« Ora devo lasciarti », disse l'Europeo.

« Quando torni? » chiese il Mangialamette.

« Mai più. »

Breer sorrise. « Allora sono libero », affermò felice.

« Tu sei morto, Anthony », rispose Mamoulian.

« Che cosa? » Il sorriso di Breer scomparve.

« Sei sempre stato morto, fin da quando ti ho trovato che penzolavi dal soffitto. Credo che in qualche modo tu sapessi che stavo arrivando e ti sei ucciso per sfuggirmi. Ma avevo bisogno di te, così ti ho dato un po' della mia vita, per tenerti al. mio servizio. »

Il sorriso di Breer era definitivamente scomparso.

« Ecco perché sei così resistente al dolore: tu sei un cadavere ambulante. Il deterioramento che il tuo corpo avrebbe dovuto subire durante questi mesi caldi è stato ritardato. Non impedito del tutto, mi spiace, ma rallentato in modo considerevole. »

Breer scosse la testa. Era quello il miracolo della redenzione?

« Ora non ho più bisogno di te, quindi mi riprendo il mio regalo... »

« No! »

Cercò di fare un piccolo gesto di supplica, ma i polsi erano legati insieme e i lacci penetrarono nella carne come fosse morbida creta.

« Dimmi come posso farmi perdonare », rispose. « Qualunque cosa. »

« Non c'è nulla da fare. »

« Qualsiasi cosa tu voglia. Ti prego! »

« Voglio che tu soffra », rispose l'Europeo.

« Perché? »

« Per la tua slealtà. Per essere, in fondo, uguale a tutti gli altri.

« ... no... era solo un piccolo gioco... »

« E allora facciamo che anche questo sia un gioco, se ti diverte tanto. Sei mesi di decomposizione concentrati in sei ore. »

Mamoulian andò fino al letto e mise la mano sulla bocca singhiozzante di Breer, facendo un movimento simile a quello necessario per strappare qualcosa.

« È finita, Anthony ,, annunciò.

Breer senti qualcosa muoversi nella parte inferiore del ventre, come se una parte di lui si fosse contratta e fosse morta proprio lì. Seguì con occhi stralunati l'Europeo che usciva. Gli occhi si erano riempiti di pus, non di lacrime.

« Perdonami », implorò. « Ti prego, perdonami. » Ma l'Europeo se ne era andato via tranquillamente, chiudendo la porta dietro di sé.

Ci fu una rissa sul davanzale della finestra. Breer spostò lo sguardo dalla porta alla finestra. Due piccioni avevano litigato per un boccone di cibo, e ora stavano volando via. Sul davanzale erano rimaste delle piccole piume bianche: fiocchi di neve di mezza estate.

 

66

 

« Lei è il signor Halifax, non è vero? »

L'uomo che stava controllando le cassette di frutta nel cortile afoso e pieno di vespe che dava sul retro del negozio si girò verso Marty.

« Sì. Che cosa posso fare per lei? »

Sicuramente il signor Halifax aveva preso troppo sole, e in modo poco saggio. Il viso si stava pelando qua e là, ma aveva un'aria simpatica. Era accaldato e non sembrava troppo a suo agio; secondo Marty era anche debole di temperamento. Doveva usare molto tatto se voleva guadagnarsi la simpatia di quell'uomo.

« Gli affari vanno bene? » chiese.

Halifax si strinse nelle spalle. « Non c'è male », rispose, poco propenso a dilungarsi su quell'argomento. « Molti dei miei clienti abituali sono in vacanza in questo periodo dell'anno. » Scrutò Marty. « La conosco? »

« Certo. Sono stato qui parecchie volte », disse mentendo in parte. « Per le fragole del signor Whitehead. È per quello che sono qui. Le solite fragole. »

Gli sembrò che Halifax si mettesse sulla difensiva: appoggiò a terra la cassetta di pesche che teneva in mano. « Mi spiace, ma non servo nessun signor Whitehead. »

« Fragole », suggerì Marty.

« Ho capito quello che ha detto », rispose Halifax un po' seccato, « ma non conosco nessuno con quel nome. Deve essersi sbagliato. »

« Ma si ricorda di me? »

« No, non mi ricordo. Ora, se vuole comprare qualcosa, la farò servire da Theresa. » Indicò con la testa il negozio. « Vorrei finire questo lavoro prima di essere arrostito da questo caldo. »

« Ma io sono venuto a prendere le fragole. »

« Può avere tutte le fragole che vuole », disse Halifax, allargando le braccia. « Ce n'è in abbondanza. Chieda pure a Theresa. »

Marty vedeva delinearsi la sconfitta. Quell'uomo non si sarebbe sbilanciato minimamente. Fece un ultimo tentativo. « Quindi non ha via della frutta per il signor Whitehead? Di solito la tiene pronta, già impacchettata per lui. »

Questo particolare sembrò addolcire un poco il viso di Halifax. Sorsero i primi dubbi.

« Senta... » disse « ... credo che lei non abbia capito... » La sua voce si abbassò di tono, anche se nel cortile non c'era nessuno che potesse sentirli. « Joe Whitehead è morto. Non ha letto i giornali? »

Una grossa vespa si posò sul braccio di Halifax, camminando a fatica sui peli rossicci. Lui la lasciò fare, come se niente fosse.

« Non credo a tutto quello che leggo sui giornali », rispose Marty in tutta calma. « E lei? »

« Non capisco di cosa stia parlando », ribatté l'altro uomo.

« Le sue fragole », insisté Marty. « Sto cercando solo quello. »

« Il signor Whitehead è morto! »

« No, signor Halifax; Joe non è morto e lo sappiamo benissimo tutti e due. »

La vespa si alzò in volo dal braccio di Halifax e rimase sospesa nell'aria fra di loro. Marty la scacciò, ma lei ritornò, ronzando più forte di prima.

« Lei chi è? » chiese Halifax.

« La guardia del corpo del signor Whitehead. Gliel'ho già detto, sono già stato qui. »

Halifax si piegò verso la cassetta di pesche: molte vespe si riunirono dietro il richiamo di una di loro. « Mi spiace, ma non posso aiutarla », affermò.

« Gliele ha già portate, vero? » Marty appoggiò una mano sulla spalla di Halifax. « Vero? »

« Non sono autorizzato a dirle nulla. »

« Sono un amico. »

Halifax diede un'occhiata a Marty. « Ho giurato », disse con la risolutezza di chi è abituato a mercanteggiare. Marty si era immaginato quella scena, inclusa quella fase: Halifax confessa di sapere qualcosa, ma si rifiuta di fornire ulteriori dettagli. E adesso? Avrebbe messo le mani addosso a quell'uomo per fargli sputare tutto?

« Joe è in grave pericolo. »

« Oh, certo », mormorò Halifax. « Crede che non lo sappia? »

« Io posso aiutarlo. »

Halifax scosse la testa. « Il signor Whitehead è sempre stato un ottimo cliente, e per molti anni », spiegò. « Ha sempre comprato le fragole da me. Non ho mai conosciuto un uomo che ami le fragole quanto lui. »

« Parla al presente », commentò Marty.

Halifax continuò incurante dell'interruzione. « Prima che sua moglie morisse, veniva qui sempre di persona. Poi smise di venire, ma continuò a comprare la frutta. Mandava qui qualcuno a prenderla. E a Natale mandava sempre un assegno per i bambini. Ma è ancora così: continua a mandare soldi per i bambini. »

La vespa si era appoggiata sul dorso della mano, dove un po' di succo si era seccato. Halifax lasciò che si servisse. A Marty piaceva quell'uomo. Se non gli avesse fornito le informazioni di sua spontanea volontà, non sarebbe riuscito a fargli nulla per carpirgliele.

« E ora arriva qui lei e mi dice che è suo amico », continuò Halifax. « Come faccio a sapere che mi sta dicendo la verità? La gente ha anche amici che tagliano loro la gola. »

« Lui in particolar modo. »

« Esatto. Tanti soldi e così poche persone che si prendono cura di lui. » Halifax aveva un’espressione triste. « Credo sia giusto tenere segreto il suo nascondiglio, altrimenti di chi altri può fidarsi? »

« Sì », riconobbe Marty. Quello che aveva detto Halifax aveva certo un senso, perfetto e compassionevole, e non c'era nulla che potesse dirgli per fargli cambiare idea.

« Grazie », disse, colpito dalla lezione. « Mi spiace averle fatto perdere del tempo prezioso. » Ritornò verso il negozio. Aveva fatto solo pochi passi quando Halifax disse: « Lei era quella persona ».

Marty si girò.

« Che cosa? »

« Lei era la persona che veniva a prendere le fragole. Mi ricordo di lei, solo che allora aveva un'aria diversa. »

Marty si passò una mano sulla barba di parecchi giorni: in quelle ultime mattine non aveva certo pensato a radersi.

« Non parlo della barba », disse Halifax. « Era più duro. Non mi piaceva. »

Marty era in un certo senso impaziente che Halifax terminasse quel discorso d'addio. La sua mente stava già valutando altre possibilità. Ma quando si voltò per ascoltare le parole di quell'uomo, si rese conto che questo aveva cambiato idea. Gli avrebbe raccontato tutto. Fece un cenno a Marty attraverso il cortile.

« Pensa di poterlo aiutare? »

« Forse. »

« Spero che qualcuno possa farlo. »

« Lo ha visto? »

« Le dirò tutto. Ha suonato al negozio, chiedendo di me. è- buffo, ho riconosciuto la sua voce immediatamente, anche se erano passati molti anni. Mi ha chiesto di portargli delle fragole. Disse che non poteva venire lui. Fu terribile. »

« Perché? »

« Era così spaventato », Halifax esitò un attimo, cercando le parole giuste. « Me lo ricordo come un grand'uomo, sa? Solenne. Quando entrava nel negozio tutti si spostavano per lasciarlo passare. E ora? Ridotto a un niente. È stata la paura a ridurlo così. Mi è già capitato di osservare simili crolli: a mia cognata è capitata la stessa cosa. Aveva un tumore, ma la paura l'ha uccisa prima ancora della malattia. »

« Dov'è? »

« Ora glielo dico. Ritornai a casa e non dissi niente a nessuno. Mi scolai mezza bottiglia di Scotch: non l'avevo mai fatto in vita mia. Volevo soltanto dimenticare quello che avevo visto di lui. Davvero mi rivoltava lo stomaco vederlo e ascoltarlo in quella condizione. Mi spiego: se un tipo così era tanto spaventato, che possibilità abbiamo noi? »

« Lei è salvo », lo assicurò Marty, pregando Dio che la vendetta dell'Europeo non arrivasse a colpire anche il fornitore di fragole del vecchio. Halifax era un buon uomo. Marty si accorse di questo guardando quella faccia tonda e rossa. Lì c'era la bontà. Anche qualche difetto, senza dubbio: forse qualche peccato di poca importanza. Ma valeva la pena celebrare la bontà, per quanto l'uomo potesse avere qualche macchia. Marty avrebbe voluto tatuarsi sul palmo della mano quella data.

« C'è un albergo », stava dicendo Halifax. « Si chiama Orpheus, mi sembra. È in fondo a Edgware Road, a Staple Corner. A un posto orribile e decadente. Non sarei sorpreso se fosse in attesa di demolizione. »

« È lì da solo? »

« Sì », rispose Halifax sospirando al pensiero di come si fosse ridotto un uomo tanto potente. « Forse », disse timidamente dopo un attimo, « forse potrebbe portargli anche delle pesche. »

 

Halifax entrò nel negozio e ne uscì con una copia malconcia della mappa delle strade di Londra. Sfogliò le pagine ingiallite dal tempo cercando la cartina esatta, sbigottito per come si erano messe le cose e sperando che tutto potesse risolversi per il meglio. « Molte delle strade attorno all'albergo non esistono più », spiegò. « Queste piantine sono un po' vecchie, mi spiace. »

Marty osservò la pagina che Halifax aveva davanti. Una nuvola, carica della pioggia che aveva già bagnato Kilburn e diretta a nordovest, coprì il sole mentre Halifax tracciava un percorso con l'indice sporco: dalla strada di Holborn al rifugio del vecchio.

 

XIII

 

All'Hotel Pandemonium

 

67

 

Le allegorie sull'Inferno vengono continuamente aggiornate. Si analizzano le assurdità e ogni volta la forma cambia; si studiano attentamente i terrori e, se necessario, ne vengono inventati di nuovi per meglio adattarsi alla nuova tendenza di atrocità; l'architettura viene rinnovata per meglio soddisfare l'occhio del dannato moderno. Una volta il Pandemonium - la prima città infernale - si trovava su un monte di lava, le nuvole del cielo venivano squartate da guizzi di luce e le fiaccole sui lati scoscesi designavano la strada agli angeli caduti. Ma ormai quello era uno spettacolo degno di Hollywood. L'Inferno aveva subito delle trasformazioni. Niente guizzi di luce, niente torce infuocate.

In un deserto a qualche centinaio di metri dal traffico autostradale, trovava una nuova incarnazione: trasandato, degenerato, desolato. Ma in quel posto, dove i fumi appesantivano l'atmosfera, c'era un nuovo tipo di brutali.tà. Il Paradiso, di notte, aveva tutte le configurazioni dell'Inferno. Come l'Hotel Orpheus - che poi era stato chiamato Pandemonium.

Un tempo, era stato un edificio imponente, e avrebbe continuato a esserlo se i proprietari ci avessero investito dei soldi. Ma, evidentemente, la ricostruzione e la ristrutturazione di un albergo così vecchio e malandato sembravano concetti assurdi. In passato c'era stato un incendio che era scaturito al piano terra e che aveva raggiunto anche il primo e il secondo prima di essere domato. Il terzo piano e quelli sovrastanti erano stati rovinati dal fumo ed era rimasta soltanto qualche vaga traccia dell'antico splendore.

Le stranezze del dipartimento dell'edilizia pubblica, con un'ulteriore imposta sulle ristrutturazioni, avevano cancellato ogni speranza di ammodernamenti. Come aveva detto Halifax, i terreni attorno all'hotel erano stati ripuliti per qualche strano progetto. Comunque non era stato fatto niente. L'albergo si trovava tra lo splendore più isolato, tra una confusione di strade e stradine che si intersecavano con la Ml, a poco più di trecento metri da una delle più grandi distese di cemento e catrame dell'Inghilterra del Sud. Migliaia di autisti passavano da quel posto tutti i giorni, ma erano talmente abituati a quella bellezza trasandata che, con tutta probabilità, non si accorgevano nemmeno della sua esistenza. Furbo, pensò Marty, a nascondersi in un posto come quello.

Parcheggiò l'auto il più vicino possibile, passò attraverso un varco del recinto in ferro che circondava il posto e cercò di farsi strada in quel deserto. I cartelli sul recinto - NON OLTREPASSARE e PROPRIETÀ PRIVATA - vennero completamente ignorati. Borse di plastica nere traboccanti di rifiuti erano state accatastate tra le macerie e i falò. Molte erano state rotte da bambini o dai cani. La spazzatura era di tipo domestico: migliaia di brandelli di stoffa, cibo marcito, lattine, cuscini, paralumi e motori di macchine - il tutto abbandonato su un letto di polvere e di erba ingiallita. I cani - feroci, pensò Marty - alzarono lo sguardo mentre avanzava; avevano i fianchi incavati e sporchi e gli occhi sembravano gialli alla luce del tramonto. Gli venne di pensare a Bella e alla sua splendida famiglia: quei bastardi sembravano discendere dalla stessa razza. Voltavano la testa e lo controllavano di sottecchi ogni volta che li osservava, come delle spie inesperte.

Si diresse verso l'entrata principale dell'albergo: sopra la porta si leggeva ancora chiaramente Orpheus; ai lati dei gradini c'erano delle colonne in stile dorico, e uno strano gioco di piastrelle sulla soglia. La porta era stata bloccata per mezzo di assi inchiodate. Sembrava che ogni possibilità di ingresso fosse stata occlusa. Anche le finestre del primo, del secondo e del terzo piano erano state sbarrate allo stesso modo; quelle del pianterreno erano addirittura state murate. Sul retro c'era una porta che non era stata sbarrata, ma era bloccata dall'interno. Forse Halifax era entrato proprio da là: ma doveva essere stato Whitehead ad aprirgli. Non si poteva entrare senza dover rompere qualche cosa.

Solo dando una seconda occhiata all'albergo, si accorse che poteva, forse, servirsi della scala antincendio. Questa si arrampicava sul lato orientale dell'edificio: un interessante lavoro in ferro battuto che si stava ormai arrugginendo irreparabilmente. Inoltre, erano state fatte delle mutilazioni da parte di qualche ditta di recupero che, pensando di trarre qualche profitto da quel materiale, aveva iniziato a divellere la scala dal muro e si era fermata all'altezza del primo piano. Per cui, mancava la prima rampa e la scala monca finiva a tre o quattro metri da terra. Marty si mise a riflettere sul problema. Le porte di sicurezza erano state sprangate a quasi tutti i piani, ma quella del terzo mostrava segni di manomissione. Era da là che il vecchio era entrato? Forse aveva avuto bisogno di aiuto; Luther forse.

Marty studiò con attenzione il muro sotto la scala. Era ricoperto di grafite, liscio. Non c'era modo di trovare anche un solo appiglio per issarsi fino sui primi gradini della scala. Si diresse verso il prato desolato in cerca di un'ispirazione, e dopo qualche minuto di minuziosa ricerca tra le macerie, trovò una catasta di mobili vecchi tra cui un tavolo con tre gambe che, però, sarebbe potuto servire. Lo portò alla scala antincendio e poi raccolse un mucchio di borse di rifiuti mettendole al posto della gamba mancante. Quando salì, mentre il tavolo oscillava pericolosamente, si accorse che nemmeno in quel modo riusciva a raggiungere il primo gradino. Fu costretto a spiccare dei salti e, dopo quattro tentativi, riuscì ad aggrapparsi alla scala. Una manciata di ruggine gli cadde sulla faccia e sui capelli. La scala scricchiolò. Radunò tutta la forza di volontà di cui era capace e si issò finché, con l'altra mano, riuscì ad afferrare un gradino più in alto. Le giunture delle spalle si lamentavano, ma imperterrito continuò nello sforzo fino a issarsi completamente sulla scala.

Al primo piano, si fermò a riprendere fiato e a guardare verso l'alto. Non era una struttura stabile; evidentemente, la ditta di recupero non era andata troppo per il sottile. Ogni gradino si lamentava tanto da far pensare a un crollo definitivo.

« Tieni duro », sussurrava mentre saliva con passo più leggero possibile. Al terzo piano i suoi sforzi vennero premiati. Come aveva supposto, la porta era stata aperta di recente, e con non poco sollievo passò dalla precaria sicurezza della scala antincendio entrando nell'albergo.

Vi era ancora puzza di incendio: l'odore acre del legno bruciato e dei tappeti carbonizzati. Sotto i suoi passi, intravedeva - alla debole luce che filtrava dalla porta di sicurezza rimasta aperta - i pavimenti semidistrutti. Le pareti erano annerite, la vernice sulle balaustre si era gonfiata. Ma qualche metro più avanti l'incendio era stato domato.

Marty cominciò a salire le scale verso il quarto piano. Si trovò di fronte a un ampio corridoio, con stanze sulla destra e sulla sinistra. Si incamminò dando un'occhiata sbrigativa alle stanze che oltrepassava. Le porte numerate conducevano a spazi vuoti: tutti i mobili e gli oggetti che si erano salvati erano stati portati via da anni.

Forse a causa della posizione isolata e della difficoltà di ingresso, l'edificio non aveva subito vandalismi. Le stanze erano paradossalmente pulite, e i bei tappeti beige - evidentemente troppo ingombranti da trasportare - erano soffici e molleggiati sotto il suo passo. Controllò tutte le stanze del quarto piano prima di tornare indietro e dirigersi verso il quinto. Anche qui la scena era la stessa, anche se le camere - di cui una volta se ne pubblicizzava la bella vista - erano più spaziose, meno numerose e con tappeti di maggior pregio. Era strano salire dalle profondità affumicate dell'albergo verso quel posto quasi perfetto. Forse nei corridoi dei piani sottostanti era morta della gente, asfissiata o arrostita, ancora in vestaglia. Ma lassù non c'era traccia di disgrazia.

Restava soltanto un piano da controllare. Mentre saliva le scale, la luce si faceva sempre più forte, tanto da sembrare all'aperto. Arrivava, filtrando dai lucernari e dalle finestre. Esplorò velocemente i labirinti delle stanze, fermandosi di tanto in tanto per guardare fuori delle finestre. In lontananza, si vedeva la macchina parcheggiata oltre il recinto; i cani erano occupati in un sospettoso esame. Nella seconda stanza si accorse che qualcuno lo stava osservando dalla reception, ma poi capi che si trattava del suo viso pallido riflesso nello specchio che occupava tutta la parete.

La porta della terza suite dell'ultimo piano era chiusa a chiave; la prima suite bloccata. Prova indiscutibile, se mai ce ne fosse stato bisogno, della presenza di un occupante.

Giubilante, Marty bussò alla porta. « Ehi? Signor Whitehead? » Dall'interno non proveniva nessun rumore. Bussò ancora, più forte, spingendo la porta per vedere se ci fosse la possibilità di aprirla, ma la serratura teneva troppo bene per cedere così facilmente. In caso estremo, avrebbe dovuto tornare all'auto a prendere qualche ferro.

« Sono Strauss, signor Whitehead. Sono Marty Strauss. Lo so che è qui. Mi risponda. » E si mise in ascolto. Dato che non riusciva a ottenere risposta, per la terza volta riprese a bussare, battendo con i pugni. E, all'improvviso, ecco la risposta, vicinissima. Probabilmente il vecchio stava proprio dietro la porta; forse c'era sempre stato.

« Va' all'inferno », disse. Era una voce leggermente stanca, ma senza dubbio si trattava di quella di Whitehead.